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giovedì 11 febbraio 2016

I morti e i santi nelle tradizioni del mondo

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Da persona curiosa quale sono, ogni anno, da qualche anno, mi ritrovo a chiedermi cosa realmente si festeggia nella notte di Halloween. 
La festa diventa sempre più grande e condivisa e così quest'anno mi sono fermata a cercare di capire e come sempre lo faccio in questo spazio, tra gente che mi segue e mi risponde in privato, gente che mi segue per parlare male (ma attenti che c'è sempre una zucca vuota che non resiste e riporta) e gente che trova divertente tutto quello che scrivo. All Hallows’ Eve, All Hallowes’ Even, Hallows’Even, Hallow - e’en, Halloween, La vigilia della festa dei santi (to hallow - santificare). 
Halloween dunque (vigilia della festa dei santi). Si festeggia il 31 ottobre sera e sembra sia l'apertura della Festa dei Santi (All Hallows’ Day), la festa di tutti i santi, che si festeggia il 1 novembre.
Come ho sentito dire da molti: 
una americanata dell'ultimo momento 

e invece a quanto pare non è un'americanata ma le sue origini rimangono europee. 
Ma soprattutto non è dell'ultimo momento.

Tradizioni che vanno e che vengono, che si perdono e che si ritrovano. L’oblio di una tradizione popolare è lento e non sempre indolore e forse, un vero oblio, è anche impossibile, c’è sempre un’anima che torna, che bussa, che si ripresenta, che ripropone. Così sembra che Halloween sia giunta fino a noi, a tratti silenziosa, a tratti mutata, a tratti mischiata con altre tradizioni. È giunta sino a noi dal passato ma confesso, per me è nuova, sembra dall'antica tradizione celtico-gaelica del saluto della primavera, e si sia trasferita in America a fine '800 con ondate di migrazioni irlandesi in loco. Sembra da antiche feste romane, addirittura qualcuno dice da una festa voluta da Romolo per esorcizzare la paura del ritorno dell'anima di suo fratello Remo. 

L'ipotesi più sostenuta pare sia quella in cui si racconta che Halloween sia una diretta discendente del capodanno celtico, direttamente dalle Isole Britanniche e dai Druidi. 
Quella dei Druidi è un'antica popolazione dedite a caccia, pesca, agricoltura, allevamento e artigianato e un forte rispetto per l’aristocrazia.
Un crepuscolo di atmosfera in cui salutare il tempo della luce (estate) che se ne va e dare il benvenuto a quella che viene chiamata anche terra di nessuno, il tempo del buio e del freddo (inverno), il tempo in cui la natura si chiude su se stessa, per riposare, per ricaricarsi, per rifocillarsi.
Una festa druida in esatta contrapposizione a quella del 1 maggio quando, al contrario, si da il bentornato al tempo della luce e del raccolto (estate) e si saluta il buio e il freddo.
Il buio delle tenebre e la luce della chiarezza in contrapposizioni e in stretta connessione tra loro. Un’antica festa pagana in cui i Druidi si fanno da intermediari tra i vivi e i morti, che in quel breve momento senza confini spazio-temporali potrebbero tornare. 
È la fine del raccolto, il momento in cui l'eccesso o il non raccolto, viene lasciato in omaggio ai defunti.

Il bene e il male si incontrano e/o si scontrano, avviene in ogni civiltà e i riti servono a interiorizzare ciò che è bene da ciò che è male, a rendere tangibile ciò che è mistico.
Il rito serve ad alleggerire la paura di essere schiacciati dalla Natura sconosciuta, i riti sono ciò che con il tempo dà luogo alle tradizioni culturali-popolari. I riti, infatti, sono degli atti che si ripetono regolarmente nel tempo, governati da regole ferree.
Si sa, le regole sono fondamentali per la riuscita di un'organizzazione, che sia essa familiare, sociale o imprenditoriale. A tratti si sconfina dalla condivisione rispettosa dei ruoli alla pretesa di cieca obbedienza della gerarchia, ma questo secondo aspetto dipende dal periodo storico mentre l'esigenza delle regole è sempre presente. 

Ma, tornando ad Halloween, i Druidi come simbolo di potere terreno e divino interpretano, stabiliscono e decidono per il benessere della loro stessa popolazione: una storia che si ripete.
Se non sbaglio è J. Garnier a raccontarci che a capo delle varie ricorrenze che onorano i morti ci sia il diluvio universale. Dunque, mi sembra di capire, una ricorrenza per tutti i morti del diluvio universale, per tutti gli esseri morti durante il Diluvio arrivato per mano di Dio. Quindi onorare i defunti che si trovano ora in altro reame, feste in contrasto con alcune tradizioni orientali che ritengono la vita un momento di passaggio materiale e per niente trascendentale.
Ma i riti sui morti hanno sempre riguardato gran parte delle civiltà e così vediamo che in Messico si ritiene che lo spirito dei morti possa tornare a far visita ai familiari e per aiutarli si allestisce un altare con fotografie, fiori, incensi e candele. In alcuni casi anche con il pan de los muertos.
Sull'Argetanrio si usava cucire delle grandi tasche nei vestiti degli orfani in modo che gli altri potessero lasciarvi dei regalini.
A Castel San Giorgio, una volta depositata la corona di alloro e quella bianca per i bambini defunti, si organizza un concerto polifonico di fronte la chiesa e si festeggia al suono di una splendida musica.
A Treviso si mangiano delle focacce chiamate i morti-vivi.
In alcune zone dell'Italia meridionale, gli albanesi, seppur di religione cattolica, commemorano i defunti secondo l'antica tradizione orientale di tipo greco-bizantino. Una festa che si celebra con l'arrivo della primavera, segno e simbolo di rinascita. Il rito prevede l'accensione di piccole candele sul davanzale della finestra per permettere ai defunti di trovare la strada di casa, come anche l'abitudine di consumare un frugale pranzo nei cimiteri in condivisione con l'intera comunità (direi sia quella viva che quella morta).
Gli antichi romani celebravano i defunti personali/familiari tra il 13 e il 21 febbraio con una celebrazione che si chiama Parentalia. Il 21 febbraio coincideva anche la Feralia, la celebrazione di tutti i morti. Si festeggiava inoltre il 9,11 e 13 maggio la Lemuria, celebrazione dei morti in termini di esorcizzazione. Sembra sia stato Romolo ad istituirla, per esorcizzare la paura del ritorno di Remo, suo fratello da lui stesso ammazzato.

Pensandoci, a me sembra che ci sia dietro la necessità di un momento di riflessione personale e sociale che si chiude in un tempo scuro ma non buio che possiamo chiamare crepuscolo e nel quale ci si domanda i mille perché della vita. 
È un’esigenza sociale che stabilisce una certa gerarchia di ruoli e poteri civili e religiosi, è un'esigenza sociale che vuole esorcizzare la paura del male, della povertà, della violenza, della morte.  È un’esigenza personale, ognuno di noi vive dei momenti crepuscolari in cui si interroga sulla propria vita e a volte la mette anche in discussione. Sono brevi momenti che ci vengono concessi e spesso difficili. La natura stessa ci ripropone il crepuscolo quasi ovunque ogni 12 ore, in alcuni paesi ogni 6 mesi. Riguarda forse quella necessità di stabilire il confine-contatto tra il bene e il male, uno spazio che alcune religioni preferiscono separare nettamente e altre unire profondamente e ognuno di noi, ad ogni crepuscolo, si domanda se le sue parti siano separate o unite, libere o controllate, predominanti o succubi e via dicendo…



Malefici, streghe, morti, crepuscolo … e la zucca? 
Da dove viene la zucca?
Sembra che molto tempo fa un irlandese di nome Jack ricevette l’apparizione del diavolo in persona (o sembra che decise di invitarlo a bere con lui) la notte di Halloween per imprigionarlo. Sta di fatto che il Diavolo decise di bere con lui e proprio quella sera fece di tutto per tentare di rubargli l’anima. A quanto pare Jack chiese un ultimo bicchiere prima di cedere ma non avendo i soldi per pagare non si riusciva ad andare avanti, così il diavolo si trasformò in moneta e Jack lo chiuse nel suo portafogli, sul quale c’era una croce cristiana. A quanto pare ogni anno, per Halloween, il diavolo si riproponeva a Jack e ogni anno Jack escogitava di rimandare di un anno. Un anno Jack spinse il diavolo ad arrampicarsi fino in cima ad un albero e non appena l’ebbe raggiunta, Jack incise una croce sull’albero e propose al diavolo d cancellarla a patto che questi lo lasciasse in pace per sempre, e così fu.
Quando Jack morì non fu accettato in Paradiso per aver commesso troppi peccati, non fu accettato all’inferno per vendetta del diavolo e vagò in un purgatorio buio per sempre accompagnato da una lanterna che lui mise all’interno di una cipolla per farla durare più a lungo. Sembra che quando nell’800 gli irlandesi emigrarono in America, abbandonarono l’idea della cipolla per sostituirla con una zucca, forse da qui la credenza che Halloween sia “un’americanata”?
Si narra che per Halloween, Jack (ormai conosciuto come Jack Lanterna) vaghi per la sua terra con la lanterna accesa e sia possibile incontrarlo.

Ho incontrato una ragazza ultimamente, un po’ contrariata perché nelle scuole dei piccoli si festeggia e si parla di Halloween e non della festa de Santi o dei Morti insegnando anche le tradizioni tipicamente italiane. 
“In fondo” dice lei “io non ho nulla rispetto al fatto che si parli e si festeggi Halloween ma siamo in Italia e allora perché no anche le nostre tradizioni?”. 
Aggiunge un po’ dubbiosa “e se vogliono l’integrazione allora perché non festeggiano anche i riti musulmani o induisti?”. 
Poi mi racconta che dalle parti sue la La sera della festa dei Santi si preparano i bambini a celebrare i Morti e si dice loro che una volta addormentati il parente più stretto e più anziano tra quelli morti (spesso un nonno o un bisnonno) vengono a portare un regalino (nella fattispecie un dolcetto) ma essendo questi defunti un po’ dispettosi, lo nascono in casa. 
Il bambino al suo risveglio se vorrà mangiare il dolcetto dovrà prima cercarlo e poi ringraziare il defunto. 
Dolcetto e scherzetto invece che il dolcetto o scherzetto.
Tradizioni che vanno e che vengono, che si perdono e che si ritrovano ... le nostre radici.


lunedì 12 ottobre 2015

Progetto NturalMente: La Barcolana

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Continuiamo a scoprire le meraviglie di Trieste per mano ai nostri bambini e devo confessare che siamo molto fortunati.
Arriva la Barcolana, tira la Bora e passiamo una splendida domenica triestina tra tradizioni, sole, Bora e amici.
Ma che cos'è la Barcolana?
Nasce nel 1969 per volontà di una importante società velica di Trieste, 51 iscritti, tutte imbarcazioni triestine. Nel tempo l'evento si costruisce una sua anima e nel 2001 partecipano 1968 imbarcazioni, e non sono tutte triestine!


Naturalmente non mancano sponsor, attività commerciali e promozioni culturali.
Lo spettacolo merita!


È la prima volta che vedo la Barcolana e respiro la sua aria, un'atmosfera emozionante!
I miei occhi si riempiono di colori, di voci, di vento, di mare, di sale, di gabbiani, di fumi provenienti dalle bancarelle, di suoni naturali che si confondono.
La gente è cordiale, sorride, c'è sempre posto per la curiosità di un bambino e per le sue domande!
"Papà che vuol dire ha scuffiato?"
"Vuol dire che la barca si è appoggiata completamente sul fianco fino a poggiare l'albero sull'acqua".
"E perché scuffia?"
"Magari si è strappata o impigliata una vela"
"Mamma quanti colori sul mare oggi, sono tutti amici?"
"Si amore sono tutti amici che condividono una stessa passione"
"Allora è bello trovare una passione da condividere con gli amici, e poi magari si vince pure. Mamma io ogni tanto voglio anche vincere".
"Certo amore, ce la farai".
"Mamma perché i gabbiani ogni tanto vengono sull'acqua e ogni tanto tutti insieme volano via?"
"Se si accorgono che c'è del cibo scendono in mare per prenderlo e mangiarlo, se sentono rumori strani si alzano in volo per controllare di che si tratta. I gabbiani sono gli uccelli del mare".
"Papà ma vengono a Trieste perché c'è la bora?"
"Diciamo di si. A Trieste la bora e il mare, si incontrano nello sport velico e nasce la Barcolana. Prima era solo triestina, ora è frequentata da tutto il mondo"
"Ma vi siete accorti che quando tira la bora forte, poi noi laggiù (verso Monfalcone) vediamo anche le Alpi? Nei giorni normali non sempre si vedono, perché?"
"Perché la bora porta via le immondizie amore e respiriamo il pulito".
"Allora mamma a Roma respiriamo sempre sporco?"
Trieste, da sempre un crogiolo di popolazioni, di lingue, di culture, di classi sociali. Una grandiosa città piccola che ha trovato il modo di far convivere queste moltitudini attraverso la condivisione di eventi culturali e spazi comuni. 
Come suggerisce la mia amica Paola, in un luogo così piccolo e così pieno di diversità ogni casa è una storia, ogni casa ha le sue abitudini, le sue preferenze e allora invitare qualcuno di tanto diverso a casa potrebbe creare dei disagi culturali piuttosto che personali, così Trieste opta per la condivisione della vita sociale cittadina in luoghi di appartenenza comune e all'aria aperta. 
Cultura, sport e ambienti naturali: nulla di meglio!

In questa città di vento sempre in movimento tutti ne parlano, la gente per strada ne parla, la televisione ne parla, a scuola ne parlano, tutti aspettano la Barcolana.
"Mamma, dicono che le barche saranno talmente tante da non far vedere il mare, pensa che bello".
"E pensa quanti colori amore mio".
"Però mamma, speriamo ci sia la Bora o le vele non veleggiano":
Che emozione, sembra essere un evento molto importante per Trieste...

... e non solo per Trieste.

Trieste, una città con una cultura antica, anzi con mille culture antiche, monumenti, storia, commercio, confini, incroci, incontri, guerre ... appena arrivi a Trieste trovi scritto:
Trieste città della Barcolana. 
Sicuramente la Barcolana può essere considerata una importante azione di marketing come se ne vedono tante veicolate da eventi sportivi e culturali.
Un luogo sportivo crea lo spazio e la volontà di incontrarsi tra persone di affari, appassionati di vela e di mare, curiosi, vecchi amici.
A Trieste, accompagnate dalla Bora, persone, affari, sport, natura e sviluppo si incontrano nella Barcolana, ogni anno la seconda domenica di ottobre.




La stagione calda cede il passo alla stagione fredda. Ho quasi avuto la sensazione che la Barcolana desse il benvenuto alla Bora, che tanto si teme e tanto si ama, in segno di accettazione, timore e rispetto.
Il rapporto dei triestini con la Bora mi ricorda il rapporto dei siciliani con l'Etna.
Ho conosciuto persone che per anni hanno costruito e ricostruito la loro casa alle pendici dell'Etna e guai a proporgli di costruirla altrove, loro appartengono al vulcano come il vulcano appartiene a loro.
"Mamma, le barche a vela sono felici che tira la Bora vero?"
"Suppongo di sì, anche i gabbiani sembrano felici, tu sei felice amore?"
"Si mamma". 
"Ho sentito dire che tirava a 60 nodi. Non ho controllato ma posso dire che non mi ha dato fastidio e i bambini ridono come matti quando corrono contro vento".





Pensa che emozione concludere per primo la Barcolana. Più di mille barche diverse per genere, grandezza, tradizione e provenienza. Tutte nella stessa competizione. Se ho ben capito il punteggio e l'ordine di arrivo vengono poi suddivisi per ordine di lunghezza delle imbarcazioni ma pensate che emozione il primo in assoluto che termina la competizione su tutte.





Questo evento può a ragione essere considerato una grande azione di marketing ma ha una matrice storica e culturale molto forte, sembra quasi di ripercorrere la storia della città di Trieste: antica e evoluta, accogliente e rigida, funzionale e ventosa, attivo crocevia di culture, commerci, idee, popoli, lingue ... Trieste.
Chissà che anche i bambini assaporino queste sensazioni, forse confuse e ancora solo sensazioni, chissà se è questo che rende un cittadino triestino.

Le imbarcazioni sono tantissime e il rientro di tutte ci accompagna fino al tramonto.
Quando guardi il mare al tramonto ti accorgi che un gran movimento ha accompagnato la città, un movimento composto e non troppo rumoroso.
Per mia fortuna accompagnato dal suono di una tromba, un suono dolcissimo per il quale non so chi ringraziare, un suono che ha accompagnato lo spettacolo fino al tramonto ...



... poi tutti a letto, felici!
Mi permetto di aggiungere che l'indomani mia figlia ha voluto rappresentare la barca vincitrice della Barcolana a modo suo e mi ha detto:
"Mamma, a la Barcolana c'erano il mare, la Bora, le onde, i gabbiani, il sole, gli scafi e le vele e gli alberi maestri. Poi mamma guarda, se il vento soffia da qui la vela si gonfia là".
A questo punto non mi sento di dire altro.

La Barcolana - Micól