venerdì 24 luglio 2026

Oltre l'indice del libro: l'arte di educare tra linee guida e percorsi su misura

Imparare è un viaggio che richiede tempo. Fin dagli albori della civiltà, i grandi filosofi ci hanno insegnato che la vera conoscenza si coltiva attraverso il dialogo, il confronto costruttivo e, soprattutto, l'analisi degli errori. Lo sbaglio non è un fallimento da punire, né uno strumento di umiliazione, ma una tappa naturale e fondamentale del percorso di crescita di ogni studente.
Oggi, tuttavia, la quotidianità scolastica rischia talvolta di appiattirsi su una routine meccanica: la spiegazione sequenziale del capitolo del libro di testo e la somministrazione di esercizi identici per tutti. Questo approccio standardizzato rischia di trasformare la scuola in una catena di montaggio, allontanandola dalla sua missione originaria.
I libri di testo moderni sono eccezionali. Gli editori ci consegnano volumi ricchi, approfonditi e completi di prezioso materiale didattico, elaborato per supportare lo studio. Ma quel materiale è uno strumento, non un vincolo. Non esiste un "programma ministeriale" rigido e blindato che imponga di seguire ciecamente l'indice di un manuale. Il Ministero fornisce linee guida e direttive generali; spetta poi all'autonomia e alla professionalità del docente tessere il percorso didattico ideale, modellandolo sulle reali necessità, sui ritmi e sui bisogni della singola classe.
In questo contesto, le stesse direttive nazionali offrono una guida chiara, indicando esplicitamente al docente di non "strafare" sulla quantità pura degli argomenti didattici. La priorità ministeriale si sposta decisamente dall'accumulo enciclopedico all'acquisizione di competenze profonde. L'obiettivo della scuola moderna non è stimolare una memorizzazione veloce e sterile di nozioni destinate a essere dimenticate. Al contrario, l'azione pedagogica deve concentrarsi sullo sviluppo delle capacità dialogiche, critiche e di analisi degli studenti. In una società sovraccarica di stimoli, l'importante non è ricordare rapidamente tutto, ma possedere gli strumenti cognitivi fondamentali per saper distinguere e saper scegliere con consapevolezza.
La standardizzazione rigida della didattica ha spesso l'effetto collaterale di isolare chi non si adegua alla velocità del gruppo. Chi apprende per vie diverse dalla media viene talvolta percepito come "indietro". Ma essere fuori dal coro non significa affatto essere meno intelligenti o meno capaci. Significa semplicemente osservare il mondo e i concetti da un’angolazione di partenza differente.
Questa necessità di equilibrio si riflette anche nelle recenti scelte istituzionali, come la decisione del Ministero di ripristinare lo studio del latino, mossa dall'evidente degrado nell'uso della lingua italiana da parte delle nuove generazioni. Si tratta di una soluzione che personalmente non prediligo, ma che trovo comunque intelligente e motivata nelle sue intenzioni profonde. La mia speranza, tuttavia, è che questo cambiamento non si trasformi in un azzardo frettoloso, guidato dall'illusione di poter insegnare il latino oggi esattamente come si faceva cinquant'anni fa. Gli studenti non sono gli stessi, e la scuola stessa è profondamente mutata. Mezzo secolo fa si studiavano meno materie, si frequentavano meno ore e si pretendeva un bagaglio di conoscenze decisamente più ristretto. Negli anni abbiamo aggiunto lo studio delle lingue straniere, la tecnologia informatica e molti altri ambiti che hanno favorito un nostro migliore inserimento nel mondo intero, sviluppando la capacità di comprendere punti di vista globali e di padroneggiare strumenti tecnologici ormai imprescindibili. La sfida odierna per i docenti sarà quindi saper reinserire il latino in modo adeguato al contesto attuale, evitando l'errore di abbandonare ciò che ci ha fatto progredire per tentare di ripristinare un mondo che non esiste più.
La parte più nobile, stimolante e bella della professione docente risiede proprio qui: nel saper intercettare quell'angolazione diversa, decodificarla e trovare la chiave d'accesso corretta per accompagnare l'alunno verso il sapere. Se rinunciamo a questa sfida, il ruolo dell'insegnante si riduce a quello di un semplice esecutore di ordini dettati dagli indici editoriali. Al contrario, valorizzare la ricchezza dei testi per creare percorsi personalizzati permette di trasformare la classe in un laboratorio di menti libere, critiche e appassionate

domenica 26 aprile 2026

Intelligenza Artificiale, inquinamento e consapevolezza per il bambino ideale di pochi.

Cari amici,


Torno con una nuova riflessione. Io non sono esperta di niente, ma amo riflettere su ciò che succede e su ciò che vedo. So che riflettere rende le persone noiose. Quello che noto è  che sicuramente le persone arrabbiate sono le preferite di molti, non le mie, questa, però, è solo una questione di gusti. 

Oggi si parla tanto di apprendimento, milioni di metodi, medici vs professori nelle diagnosi. Genitori che fanno fare una diagnosi ai medici e poi vengono accusati di nascondere la verità. Professori che vogliono dimostrare che la diagnosi è sbagliata o che il genitore è un idiota. Insomma, tutto centrato sullo sviluppo psicofisico del bambino e non sulla singola necessità di professionisti estremisti che vogliono la ragione su qualcosa che, a mio avviso, non possono avere, perché metodi, diagnosi, osservazioni, giudizi, chiacchiere … nulla vale per nessun alunno se non si usa il cuore. 


In virtù della scienza? Della ricerca? O della gloria personale, questi ragazzi vengono sottoposti a milioni di osservazioni e sperimentazioni? Sì, perché no, anche sperimentazioni silenziose: una volta lo isoliamo e vediamo che fa, poi lo mettiamo con gli aggressivi, poi con le signorine, poi lo umiliamo dicendo che non si capisce quello che legge, poi lo bocciamo, poi lo rifiutiamo e vediamo fino a che punto si diventa DSA, autistici o antisociali. Molto bello, ma forse i ragazzi e le ragazze che vivono questi stress dovrebbero ricevere un compenso. Ciascun alunno al quale è stata assegnata una verifica sperimentale, un esercizio sperimentale o che solo è stato osservato e dal quale si è preso spunto, deve ricevere un compenso, come quando le case farmaceutiche vogliono sperimentare dei nuovi farmaci, devono avvisare i pazienti che il farmaco è in sperimentazione e pagarli, non iniettare il farmaco e poi spiegare che è in sperimentazione. Forse il popolo dovrebbe avviare una petizione e raggiungere il quorum di firme affinché ci sia un compenso per chi viene trattato come una cavia, per chi viene manipolato come una scimmia. Forse succede già e io non lo so; spero che sia così.


Mi diverto a volte a fare domande all’intelligenza artificiale, a dispetto di tutti quelli che pensano che sia una cosa negativa, io la trovo straordinaria. Sapete qual è la differenza tra l’intelligenza artificiale e quella umana? Il bot è molto più veloce di noi nella ricerca quindi può sveltire il nostro operato, il bot può sbagliare se trova informazioni sbagliate, e sta a noi andare a controllare (come le fonti nei libri e nei siti, ci siamo già passati) ma il bot non può mentire, raccoglie i dati e ci fornisce la risposta nuda e cruda come è, l’intelligenza umana è lenta nella ricerca, spesso lenta nell’elaborazione e può scegliere di mentire, a volte è cosa buona ma a volte no. Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, anche il meno “avente diritto” trova la sua via verso il diritto, e forse questa è la vera minaccia del bot per l’uomo. O sbaglio?


È vero che per il raffreddamento dei data-centre usati per l’intelligenza artificiale viene usata tanta acqua (usata non inquinata), i server che addestrano ed eseguono i modelli di IA generano enormi quantità di calore. Per evitarne il surriscaldamento, si utilizzano sistemi di raffreddamento che richiedono milioni di litri d'acqua. Spesso quest'acqua viene evaporata nel processo, rendendola non immediatamente riutilizzabile, il che equivale a un consumo diretto. I data center sono spesso situati in aree che potrebbero soffrire di scarsità d'acqua. Il massiccio impiego d'acqua per il raffreddamento da parte di queste strutture entra in competizione con il fabbisogno idrico delle comunità locali e dell'agricoltura. Se ci concentriamo su questo problema e smettiamo di fare la guerra, forse miglioriamo su due fronti. È purtroppo vero che l’obsolescenza rapida delle componenti hardware necessarie all’IA genera rifiuti elettronici, il cui smaltimento inadeguato può portare alla liberazione di sostanze tossiche nelle falde acquifere. Ma allora rallentiamo noi, a scuola, al lavoro, nella ricerca, nella nostra bramosia di essere di più e di avere più potere. Però è vero che molte persone che hanno difficoltà con l’IA riescono ad avere una vita uguale a quella degli altri e, prima di prendere una decisione, ricordatevi che la rinuncia, come sempre, non sarà per tutti, ma sarà distinta in base al reddito: meno hai, più devi rinunciare. Lo so, sto diventando impopolare con questo articolo, pazienza. Sono già impopolare. Dico solo, chiedete bene, non chiedete a caso e seguendo una scia. Ricordatevi, quando parlate di rinuncia, che ci sono persone che torneranno in difficoltà, dovranno essere a carico di chi ha tolto loro questa possibilità.


Carl Rogers sosteneva che, se un individuo è inserito in un ambiente adeguato e supportivo, migliora e fiorisce. Una teoria umanistica sviluppata tra gli anni ’40 e ’50 che afferma che l’essere umano possiede una spinta innata verso la crescita e l’autorealizzazione e quando l’ambiente circostante è supportivo (ovvero empatico e non solo educato; aperto all’accettazione e non tendente a un modello ideale; congruente, dove tra il dire e il fare c’è corrispondenza), ogni persona è in grado di sviluppare il proprio potenziale superando le difficoltà. Guai a quei professori, genitori, in generale a quelle persone che interagiscono con gli altri volendoli guidare verso un modello ideale di persona, loro sono la rovina di molte persone, la distruzione di molti bambini. La persona non è un oggetto da aggiustare affinché diventi il più vicino possibile al modello ideale di qualcuno, una persona è una vita che va supportata in modo positivo, con relazioni positive, affettive, sincere. Perché, come Maslow ci insegna, una persona può perseguire l’autorealizzazione solo dopo che le esigenze fondamentali e ambientali (sicurezza, affetto, accettazione, non giudizio, non mettere a disagio, sentirsi libero e gradito) sono state soddisfatte; se qualcuno non le soddisfa o le mina, vuol dire che sta usando violenza. Quando un professore o un genitore, applica una pedagogia del modello ideale, valuta, o peggio, giudica, il bambino o la bambina in base ai criteri del suo modello ideale e non vede il punto di partenza dello studente, misura solo la distanza che c’è tra lo studente (o il figlio) e il suo modello ideale di persona, che di solito rispecchia sé stesso. Se il bambino reale non corrisponde a questa immagine, la valutazione tende a sottolineare la mancanza o lo scarto rispetto all'ideale. La performance viene confrontata con una norma esterna o con gli standard della classe o dei fratelli o della massa sociale, anziché con i progressi personali del bambino o della bambina. Se l'alunno/a o il figlio/a percepisce di non poter mai raggiungere l'ideale del professore/genitore, la sua autostima e motivazione possono calare drasticamente.


Le persone spesso attuano questa scelta quando hanno dei conflitti interiori non risolti e non sono abbastanza forti per mettersi in discussione, hanno paura, non vogliono sentirsi sbagliati, loro stessi sono stati puniti, mal giudicati, non hanno potuto sviluppare il proprio vero sé e non possono accettare che tutto quello a cui sono stati costretti a sopravvivere, fosse sbagliato. Questo è uno dei motivi per cui i cambiamenti avvengono lentamente, per essere accettati hanno bisogno di più generazioni, per allontanarsi da quel modello ideale-assassino. Per fortuna, oggi, sempre più persone sono propense a valutare l’alunno/a o il figlio/a per quello che realmente è e per i suoi progressi personali, ma è un cambiamento ancora in atto e noi adulti siamo capoccioni: non siamo disposti a cambiare, troppo difficile, a volte troppo duro.


E cosa ha a che fare questo con l’IA e l’uso dell’acqua? Riguarda la nostra capacità di scegliere e di valutare, riguarda il modo in cui ci lasciamo confondere dalle cose spostando il focus. Emerge l’IA e subito se ne coglie il potenziale. Ci sono guerre in corso, ma non si possono fermare. Cosa succede allora? Si parla dell’IA come di un pericolo che addirittura mete in ombra il pericolo della guerra, l’IA rende tutti stupidi e inquina l’acqua. Ebbene, ogni cosa che facciamo inquina; anche andare in motoscafo al largo inquina; ogni auto o moto che possediamo inquina; ogni computer e cellulare sono dannosi, ma noi, attraverso il marketing di massa, ci concentriamo sull’inquinamento dell’IA e non ci chiediamo gli effetti della guerra sul mondo e non solo sul luogo bombardato.


La guerra in Iran (iniziata a fine febbraio 2026) sta causando danni ambientali significativi e duraturi, con un impatto devastante in particolare sulle risorse idriche e atmosferiche. Secondo le prime stime e le analisi del Conflict and Environment Observatory (CEOBS, https://ceobs.org/iran-war-environmental-risk-overview-as-of-27th-march/#:~:text=Nearly%20a%20month%20into%20the,left%20devastated%20by%20Israeli%20bombing), l'inquinamento generato dai bombardamenti di siti energetici sta minacciando la salute pubblica, i suoli e gli ecosistemi marini. La contaminazione idrica è una delle preoccupazioni principali, soprattutto in una regione già afflitta da scarsità d'acqua e siccità. Gli attacchi agli impianti di desalinizzazione nel Golfo Persico (come quello avvenuto nel Bahrein o le minacce alle infrastrutture in Iran) mettono a rischio l'approvvigionamento di acqua potabile per milioni di persone. La combustione di depositi petroliferi e raffinerie libera diossido di zolfo e ossidi di azoto. Questi gas reagiscono con l'umidità atmosferica, formando piogge acide che cadono nei bacini idrici, nei fiumi e nelle falde acquifere, acidificandoli. I raid contro navi cisterna e infrastrutture petrolifere costiere provocano versamenti di petrolio nel Golfo Persico, danneggiando ecosistemi fragili, barriere coralline e mangrovie, che, con il tempo, creeranno un danno irreversibile anche in ambienti più lontani. Residui tossici, metalli pesanti (come nichel e vanadio) e sostanze chimiche derivanti dai bombardamenti si accumulano nel suolo e filtrano nelle falde acquifere sotterranee.


Sapete cosa ci diranno quando non ci sarà più acqua? Diranno che è colpa dell’IA, così toglieranno anche quella, e noi saremo assetati di tutto, perché saremo senza fonti d’acqua, di cibo e di sapere.


Buona consapevolezza a tutti.

venerdì 29 agosto 2025

The town of Perugia

Perugia, the capital of Umbria and a renowned city of art, is situated on a hill in the Tiber Valley. It's not just its medieval historic centre that's famous, but also the numerous universities that make the town lively and youthful, and the University for Foreigners that adds a multicultural flavor. The July jazz festival, a city-wide celebration that has been a magnet for music lovers and top musicians for years, is a testament to this multiculturalism.

Perugia's history has Etruscan roots, with the city's origins dating back to an ancient Umbrian and later Etruscan settlement, of which the Etruscan Arch is a testament. What's truly fascinating is how its architecture, with its medieval and modern structures, blends harmoniously, creating a unique and awe-inspiring cityscape.

Medieval architecture dominates the historic centre, with monuments such as the Fontana Maggiore, the Palazzo dei Priori, and the Cathedral of San Lorenzo. The Rocca Paolina, a fortress that hides an entire underground medieval quarter, is surprisingly easy to explore on foot, thanks to the minimetrò that passes above the rooftops and the escalators located throughout the city. This ease of exploration ensures a comfortable and enjoyable visit.

Umbrian cuisine is also remarkable, featuring specialities such as strangozzi with Norcia black truffles, gnocchi with goose sauce, torta al testo, and the famous chocolate, for which the Eurochocolate event was created.



Perugia

Perugia capoluogo dell'Umbria e importante città d’arte, è situata  su un colle nella valle del Tevere. Famosa per il suo centro storico medievale, le numerose università che rendono la città viva e giovane, l’università per stranieri che la rendono multiculturale, il festival jazz di luglio che da anni coinvolge tutta la città, attira appassionati di musica e importantissimi musicisti che si esibiscono in ogni teatro, angolo, locale, piazza e palcoscenico della città.


La sua storia ha radici tra gli etruschi, Le origini della città risalgono a un antico insediamento umbro e poi etrusco, di cui l'Arco Etrusco è una testimonianza. La sua architettura si mischia armonicamente con strutture moderne. 

L'architettura medievale domina il centro storico, con monumenti come la Fontana Maggiore, il Palazzo dei Priori e la Cattedrale di San Lorenzo. La Rocca Paolina è una fortezza che nasconde un intero quartiere medievale sotterraneo Una città facile da girare a piedi, per via del minimetrò che passa sopra i tetti e delle scale mobili dislocate in diversi punti della città.  

Anche la cucina umbra è notevole, include specialità come gli strangozzi al tartufo nero di Norcia, gli gnocchi al sugo d'oca, la torta al testo e il famoso cioccolato, per il quale è nata la manifestazione Eurochocolate.



The Charm of Trieste

Trieste, a captivating border town nestled in northeastern Italy, is celebrated for its intricate and diverse multicultural history. 

It stands as a significant crossroads of Latin, Slavic, and Central European cultures, a fact that has always piqued the interest of global writers and intellectuals. 

The retro charm of its historic cafés, reminiscent of the Arabian Nights, adds to its allure.

Its port was a crucial point in the Austro-Hungarian Empire, and today it is one of Italy's most important ports for cargo traffic.

Trieste's historical ties to the Habsburg Empire have left an indelible mark on its neoclassical architecture, lending the city an air of elegance. This is evident in its austere buildings and piazzas, a testament to its rich history and cultural heritage.

Trieste is renowned for its grand Piazza Unità d'Italia, one of Europe's largest squares, which opens directly onto the sea and is surrounded by imposing historic buildings. The city's landscape and daily life are influenced by the Bora, a strong wind that blows from the Karst Plateau. The city's cafés, often frequented by intellectuals, still exude their unique atmosphere, making them ideal spots to enjoy a coffee or perhaps even meet a renowned author.

The Grand Canal is particularly fascinating, offering a glimpse into the essence of Venice. Crossed by bridges, it is a distinctive feature of the city centre.

A small city, yet brimming with culture, we find the Winged Victory Lighthouse, designed by Italian architect Arduino Berlam. The National Temple of Mary, Mother, and Queen of Monte Grisa is a vital sanctuary renowned for its distinctive triangular shape. The Roman amphitheatre, the Castle of San Giusto, the Miramare Castle, the elegant Palazzo Revoltella, and much more.

The view from the Temple of Monte Grisa or from the Promenade of Napoleonica, which runs high and overlooks the sea, is spectacular. A breathtaking view both day and night. 





Il fascino di trieste

Trieste è una splendida cittadina di confine, situata nel nord-est dell’Italia è conosciuta per la sua complessa storia multiculturale. Da sempre è un importante crocevia di culture latine, slave e mitteleuropee. Da Mille e una notte l'atmosfera retrò che si respira tra i caffè storici che da sempre attraggono scrittori e persone di cultura da tutto il mondo.

Il suo porto è stato un punto cruciale dell'Impero Austro-Ungarico e oggi è uno dei porti italiani più importanti per il traffico merci.

Il legame storico con l'Impero Asburgico ha influenzato l'architettura neoclassica e l'eleganza della città, che si riflette nei suoi palazzi austeri e nelle piazze. 

Famosa per la sua magnifica piazza Unità d’Italia, Una delle piazze più grandi d'Europa, che si apre direttamente sul mare, circondata da imponenti palazzi storici; per la bora, un vento forte che soffia dal Carso, influenzando il suo paesaggio e la vita quotidiana; per i suoi i caffè, luoghi storici di incontro di intellettuali, dove si può ancora percepire la loro atmosfera e a volte incontrarli seduti a bere un caffè o a presentare il proprio libro.

Molto affascinante è il Canal Grande, che ci fa respirare aria di Venezia, attraversato da ponti, rappresenta un elemento distintivo del centro cittadino.

Una città piccola ma piena di cultura, troviamo il faro della Vittoria Alata, ad opera dell'architetto italiano Arduino Berlam. Tempio Nazionale a Maria Madre e Regina di Monte Grisa, un importante santuario noto per la sua peculiare forma triangolare. L’anfiteatro romano, il castello di San Giusto e il Castello di Miramare, il raffinato palazzo Revoltella e ancora tanto.

Spettacolare il panorama visto dal tempio di Monte Grisa o dalla passeggiata della Napoleonica, che cammina alta, a strapiombo sul mare. Una vista che mozza il fiato sia di giorno che di notte.






venerdì 15 agosto 2025

Predisposizione al linguaggio e partecipazione attiva all'evoluzione umana

È necessario ipotizzare un lungo periodo di transizione, o "stadio pre-linguistico", tra le forme di comunicazione dei primati prima di arrivare alla formazione della lingua umana complessa. Un periodo che ha visto svilupparsi svariati sistemi di comunicazione, anche complessi, con elementi simbolici e qualche rudimento di sintassi. In effetti, tutti gli esseri umani possiedono abilità linguistiche simili e relative strutture biologiche preposte, ma nessun bambino o bambina nasce con una predisposizione biologica ad imparare una lingua piuttosto che un'altra.

È ragionevole pensare che le lingue umane siano emerse nel momento della transizione a comportamento umano inteso in senso moderno.  Circa 164.000 anni fa, l'uomo cominciava a sentire il bisogno di comunicare in modo più complesso con i suoi simili. L'iniziale combinazione di vocalizzi e gesti si è evoluto in un sistema di comunicazione più complesso, dando vita alle prime forme di sintassi e di linguaggio condiviso. Il linguaggio evoluto, quindi articolato e organizzato e condiviso non è più semplicemente gestuali, mimico e intonazionale ma diventa ricorrente, componibile e condiviso. Il linguaggio passa dall'intonazionalità all'intenzionalità, trasformandoci da ominidi a esseri umani. A mio avviso ciò che ci rende evoluti è proprio l'intenzione, l'organizzazione, la condivisione e con il tempo, meno immediata da raggiungere, la consapevolezza di ciò che siamo, che facciamo, cosa vogliamo, cosa possiamo e tutto espresso, in modo consapevole e intenzionale, attraverso il linguaggio. 

Il linguaggio ha permesso che conoscenze, credenze, tradizioni e innovazioni potessero essere trasferite alle generazioni successive, al pari del nostro DNA che porta in cuor suo tutto il nostro patrimonio genetico, a partire dal primo ominide, se non dalla prima cellula emersa nel brodo primordiale. Così noi ci siamo evoluti, siamo cresciuti, abbiamo appreso e il nostro cervello si è sviluppato, è aumentato nelle dimensioni e nella complessità della sua struttura, generando al suo interno aree specializzate per il linguaggio, per il pensiero artistico o matematico ... ma l'amigdala è sempre là, con noi dai tempi primordiali, che  guida l'emotività in base agli stimoli che riceve diventando un importante centro di condizionamento delle reazioni all'emotività: paura, rabbia, aggressione ... 

Oggi le neuro-scienze studiano il cervello umano in modo profondo, hanno mappato le zone del cervello in basse alle funzioni che svolgono, stanno cercando di capire come una zona danneggiata del cervello possa essere riparata e in che modo, naturalmente, il cervello danneggiando alcune zone ne sviluppa maggiormente delle altre per compensa la mancanza. Uno studio di carattere scientifico assai complesso perché prevede anche il superamento di pregiudizi. Pensate a tutte quelle persone che ricorrentemente e in modo anche inconsapevole, dicono sempre: quando io ero giovane si imparava a scrivere in questo modo, quando io ero giovane si dormiva in quell'altro modo, quando io ero giovane certe cose non c'erano ... Pensate a quanto un linguaggio così formulato è pregiudicante: non accetta l'evoluzione, non accetta i cambiamenti, non accetta le diversità, non accetta di essere in difficoltà, ha sempre bisogno di sapere che c'è una sola via, quella che conosce lui. Come se ognuno di noi fosse il perfetto punto di arrivo dell'evoluzione umana invece che un anello della continua evoluzione. 

Dunque in noi esiste una evoluzione personale e una evoluzione della specie intera, sono due percorsi che percorrono e ripercorrono tappe simili tra loro ma con tempistiche diverse, l'ontogenesi e la filogenesi dell'uomo, un mondo affascinante. Entrambi sono tessuti e intrecciati dalla relazione tra le cose, umane e non umane, vive e non vive, terrestri e cosmiche. Quando una relazione si stabilisce, essa può essere distruttiva o vitale. Immaginate un proiettile di pistola che incontra il cuore di un uomo, è una relazione distruttiva, un oggetto interviene e cambia completamente il percorso di vita di un altro oggetto (in questo caso l'uomo), ma è distruttivo per tutto e per tutti? Un proiettile che incontra un albero è distruttivo allo stesso modo? E se incontra un pipistrello? Non si dice che un pipistrello può morire solo se trafitto da un paletto di legno?

Tutto questo, inoltre, avviene in un contesto evolutivo globale, universale, cosmico dal quale non si può prescindere. Questo nostro essere parte energetica del cosmo, rende la nostra esistenza trascendentale, non scindibile in piccole, uniche, separati parti dove andare a cercare la migliore, ma noi stessi siamo il cosmo. Così come il cervello è formato di tante parti che svolgono funzioni diverse ma è prezioso solo perché queste parti collaborano e interagiscono, non si può vivere solo di una parte di cervello e ogni funzione che viene svolta, si sviluppa e si muove, in base alla sua relazione con le altre parti del cervello. Un'idea così grande porta sempre riflessioni, scelte, considerazioni, credenze, tutte vere, sentite, uniche ma universali; tutto questo dovrebbe portare a un dialogo che condivide, analizza, spiega, cerca, riflette sulle diverse posizioni e non ha guerre, contrasti, malefici, umiliazioni. Noi dobbiamo scegliere che tipo di relazione vogliamo portare all'interno di questo cosmo, possiamo farlo, ogni nostro gesto, ogni nostra parola, esprimiamolo con la consapevolezza della scelta relazionale all'interno del cosmo che abbiamo fatto: distruttiva o vitale?

Questo il mio pensiero filosofico per augurarvi un buon ferragosto
Silvia

martedì 22 luglio 2025

Psicologi parenti - perché no.

Oggi vi parlo del perché il codice deontologico vieta agli psicologi di intervenire, fare diagnosi o fare terapia ai propri familiari, parenti o amici stretti. Può sembrare una stupidaggine ma è una cosa molto importante e, per esperienza personale, vi voglio dire che è una questione che va compresa e rispettata perché può portare molto oltre lo scambio di due o tre battute, se una diagnosi la si può chiamare battuta. Cominciamo andando a vedere cosa recita l'articolo 28, perché io sono sempre dell'idea che sapere è meglio di non sapere:

L'articolo riguarda il divieto di commistione tra il ruolo professionale e la vita privata, sottolineando che non devono esserci interferenze tra i due ambiti che possano danneggiare l'attività professionale o l'immagine della professione stessa. Inoltre, l'articolo specifica che è vietato instaurare relazioni significative di natura personale, in particolare affettivo-sentimentale o sessuale, con pazienti durante il rapporto professionale, e che è altrettanto grave instaurare tali relazioni nel corso del rapporto professionale. 


Articolo 28 del codice deontologico degli psicologi italiani recita:

Lo psicologo evita commistioni tra il ruolo professionale e vita privata che possano interferire con l’attività professionale o comunque arrecare nocumento (danno) all’immagine sociale della professione. Costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo-sentimentale e/o sessuale. Parimenti costituisce grave violazione deontologica instaurare le suddette relazioni nel corso del rapporto professionale. Allo psicologo è vietata qualsiasi attività che, in ragione del rapporto professionale, possa produrre per lui indebiti vantaggi diretti o indiretti di carattere patrimoniale o non patrimoniale, ad esclusione del compenso pattuito. Lo psicologo non sfrutta la posizione professionale che assume nei confronti di colleghi in supervisione e di tirocinanti, per fini estranei al rapporto professionale.


Che vuol dire?

Il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, mira a proteggere il paziente, garantire l'efficacia del trattamento e a difendere la categoria stessa degli psicologi. 

Il Codice afferma che è una violazione deontologica effettuare interventi diagnostici o terapeutici su persone con cui si intrattengono relazioni significative. 

Questa limitazione si basa sul principio che la relazione personale, soprattutto se affettivo-sentimentale, può compromettere la neutralità, l'obiettività e la capacità del professionista di fornire un sostegno efficace. 


Ma perché?

La relazione pregressa potrebbe influenzare la percezione del professionista, portando a giudizi o pregiudizi che inficiano la diagnosi e il trattamento. 

La commistione tra il ruolo professionale e quello personale può creare confusione e difficoltà nella gestione della relazione terapeutica. 

Potrebbe essere più difficile per lo psicologo mantenere la riservatezza con un familiare o amico, compromettendo la fiducia del paziente. 

La dinamica relazionale preesistente potrebbe portare a tentativi di manipolazione o influenza sulla terapia da parte del paziente o dello psicologo parente. 

Lo psicologo può fornire consulenza e sostegno a familiari e amici, ma non può intraprendere una vera e propria terapia o formulare diagnosi.

La consulenza deve essere limitata a fornire informazioni, orientamento e supporto, senza entrare nel merito della diagnosi o del trattamento. 

È vietato sfruttare la posizione professionale per ottenere vantaggi personali, sia patrimoniali che non patrimoniali

La consulenza deve essere una volta, solo con il familiare che eventualmente chiede aiuto, non condivisa con altri amici o parenti. 


Ma quanto è forte la tentazione per uno psicologo, o per un parente, che sente di dover salvare tutti sempre e comunque, quanto è forte per una persona che pensa di avere un parente malato, consultarsi con fratelli, cugini, amici che magari anche sono di un qualsiasi settore medico, per cercare di confermare la propria teoria, prima di esporla al familiare che, secondo lo psicologo, lo riguarda?

Quanto è forte la tentazione di giustificare questo atteggiamento con un vittimismo che diventa "io volevo solo aiutare, ero in pensiero per lui/lei..." 


Quanto è grave il diffondersi di queste chiacchiere tra amici e parenti se fosse vero? E se non fosse vero? Quanto è difficile vivere per una persona sulla quale è stato gettato il fango del giudizio, pregiudizio, del giudizio sbagliato, quindi falso?

Chi subisce queste vessazioni, perde la fiducia nel mondo, nei parenti, nella famiglia, nelle istituzioni e non vive più, non si cura più, e se poi tutto questo riguarda anche i figli, allora si che anche loro sono in difficoltà, ma per colpa di chi?

Di chi ha sparso la voce? 

Di chi ha fatto finta di niente?

O di chi si è visto trattare come interdetto da medici o parenti e senza una ragione reale?

Io sono filosofo nell'animo e non amo la psicologia, quello che osservo è che spesso le leggi ci sono (come l'articolo 28 del codice deontologico degli psicologi italiani), vanno solo seguite. 


Ma come seguire le leggi se non si è in grado di comunicare con chi ci/si ama? O peggio, se non si è in grado di amare e quindi rispettare le altre persone? E perché poi? Nessuno lo sa mai, perché di solito chi lancia questo sasso nasconde la mano, insabbia la testa e sparisce. 

Ricordate: 

amate o odiate i vostri parenti e i vostri amici ma non li aiutarli necessariamente, non li aiutate se loro non vogliono, parlateci, amateli e parlateci ancora guardandoli negli occhi, ma non li uccidete portando loro nella vostra follia.

Buona estate

Silvia




giovedì 3 luglio 2025

Tornare filosofi

Io sono a favore della filosofia, troppe restrizioni, tecnicismi, esperimenti e giudizi non portano lontano, ci danno l'illusione che portano lontano, ma ci rinchiudono nella paura, nella competizione, nell'essere ciò che non siamo e portano ad una sopravvivenza, che non ha nulla a che fare con il vivere.
La filosofia è lo studio di problematiche fondamentali che sono relazionate all'esistere e riguardano la conoscenza, il comportamento, i valori emotivi e culturali, la ragione, l'istinto, la trascendenza, la nostra mente, il nostro linguaggio.

Amo anche l'antropologia culturale, probabilmente perché all'università ho avuto un professore fantastico, sorrideva, faceva battute, ci insegnava e non aveva paura degli studenti, del giudizio, della prestazione. L'antropologia culturale si occupa delle culture umane nel mondo, di studiare le loro differenze e le loro somiglianze, le tradizioni, le credenze, i linguaggi, le pratiche sociali e i modi di vita, cercando di comprendere come le culture si formano, evolvono, interagiscono tra loro.

Nella nostra follia abbiamo pensato di sminuzzare il cervello umano come se potesse esistere di un pezzetto alla volta. Io amo la Gestalt, la forma e la figura tutto in un unico essere. Posso comprendere che se parlo l'inglese uso una parte del cervello e se faccio un'equazione ne uso un'altra, ma questa conoscenza può rendermi più intelligente? Davvero, immaginatevi a fare il vostro lavoro pensando: 

"mentre con questa parte del cervello scrivo la lettera in inglese alla x ditta, attivo anche la parte opposta del cervello per fare i calcoli di quanto deve pagarmi ma proprio non riesco a ricordare quale parte di cervello attivare per evidenziare le scadenze, eppure mi hanno detto che sono una multitasking, cosa sto sbagliando?"

Da un punto di vista scientifico va bene, ci aiuta a proporre nuove soluzioni, a varcare nuove frontiere, a comprendere chi siamo o cosa siamo ma tutto ciò non ha nulla a che fare con l'intelligenza. Ricordiamo, se siamo scienziati di professione e non di furberia, che quando si passa a un esperimento, bisogna esplicitarlo, di qualsiasi tipo esso sia.

Io sono a favore del pensiero fenomenologico. La fenomenologia osserva i fenomeni così come si presentano alla nostra coscienza, con lo scopo di osservare e comprendere come la nostra percezione li riceve, li elabora, li vive (come facevano gli antichi filosofi), ma nessun fenomeno indotto ha validità scientifica, forse nella medicina si, ma non nell'anima, non nella mente, non nella psicologia. Si osserva come la nostra coscienza agisce e reagisce alle cose senza giudizio, senza preconcetti o pregiudizi, ovvero senza dare per vera una realtà piuttosto che un'altra. Pura osservazione con gli occhi della curiosità e non del giudizio, ma questo è un pensiero per pochi, alla maggior parte della gente piace giudicare, piace vedere il negativo nell'altro, per non fare i conti con se stessi.

Amo la fenomelogia ma non amo il cognitivismo, mi rendo conto che in questo periodo storico il mio pensiero non è di moda, ma vi devo chiedere di accettarlo così, senza giudicarlo. Il cognitivismo è una corrente della psicologia centrato nello studio dei processi mentali e del loro funzionamento. Immaginate di analizzare il vostro cervello come fosse un cervello elettronico per studiarne i processi mentali: la percezione - la memoria a breve termine - la memoria a lungo termine - il linguaggio - il ragionamento logico e come ognuno di questi interferisce con il vostro comportamento. Immaginate di vivere senza il trascendente, senza l'amore, senza i sogni, senza il desiderio, senza poter credere niente altro che alla funzione positiva del vostro cervello.
Se ci pensate il cervello elettronico e tutti i computer nascono dalle osservazioni fatte sul cervello sarebbe un peccato se a furia di desiderare di migliorare i cervelli elettronici stimolassimo i nostri cervelli alla follia, mentre avere un computer a disposizione per lavorare, passare del tempo libero, comunicare e poi chiudere lo schermo e fare una passeggiata in alta montagna o sul bagnasciuga, è un grande lusso. Immaginate in che modo questo può influenzare la vostra vita.

Il trascendente, un altro concetto che si sta dimenticando, perché il trascendente prevede che l'essere sia un pezzo unico e non dei singoli pezzi di puzzle accostati, io ho l'anima scientifica e sono affascinata da questi studi di intelligenza artificiale e li trovo anche utili ma amo anche il trascendente, non posso pensare di vivere senza. Il trascendente è qualcosa che sta oltre la nostra percezione, la nostra conoscenza, oltre il pezzetto che elabora. Il trascendente è qualcosa che c'è ma che non si può spiegare. Un oggetto è una cosa diversa e staccata da me, quindi una parte è percepita in comune con un gruppo di altre persone e una parte no. Quando io guardo una chitarra posso essere sicura che chi mi sta vicino vede lo stesso oggetto, lo condividiamo e per convenzione, ne condividiamo anche il nome: chitarra. Ma poi io guardo la chitarra e mi vengono in mente le dita del chitarrista flamenco che ho ascoltato suonare a Segovia, mentre la dama zapateava e suonava le nacchere ad una velocità che richiamava alla mia mente il cobra visto anni prima in India e mi riporta ai mille colori, ai mille suoni e odori che nella mia vita si sono accumulati nella mia memoria storica, che ricordo a tratti con il sorriso dell'esploratore, a tratti con il magone della donna ferita. Ma cosa vive il mio vicino, che sta guardando la stessa chitarra che guardo io? Glielo chiedo e mi risponde: ricordo che mio padre suonava la chitarra dopo cena quando ero piccolo, musica blues e cantava con una voce profonda, aveva parole di amore e di speranza per me e mia sorella che eravamo poveri, piccoli e impauriti. Lui ci diceva di sognare e di credere e noi lo abbiamo fatto. Ora sono un compositore, guadagno bene, ho una bella casa e la sera, quando sono a casa con la mia famiglia, suono lo stesso blues di mio padre perché è su quella musica che ho trovato la forza di emergere, di essere il migliore, di lavorare e studiare senza mai perdere il sorriso. Trascendente è il nostro istinto, non si può dimostrare ma spesso ha ragione.

Forse il problema con la trascendenza sta nel fatto che la maggior parte delle persone ha bisogno di vivere in un mondo di certezze e nega a se stessa che la certezza non può esistere. Forse viviamo negli anni in cui la maggior parte della gente soffre della sindrome della certezza, perché ha bisogno di vivere in un mondo che sicuramente rispecchia ciò che la sua percezione ha della vita, una gran parte della gente non può accettare il diverso o il cambiamento perché non può vivere nel dubbio, ha bisogno di credere che il mondo è come lo percepisce, esattamente e giustamente uguale a come lo percepisce, oppure sente il peso della responsabilità, della necessità di decidere, di scegliere, di essere se stessi. Ma se noi siamo qua, e grazie a Dio siamo qua, è perché il mondo si è evoluto e dunque è cambiato, speriamo solo che giunga presto il momento in cui cambiare si accompagna a braccetto con scegliere cosa, come, perché cambiare in questo percorso che non può non cambiare.

Nel percorso evolutivo della vita, della vita umana, io credo che noi stessi siamo il fenomeno biologico trascendentale che porta al cambiamento e non possiamo aver paura del diverso e del cambiamento, possiamo solo scegliere cosa vogliamo e dove vogliamo stare in modo cosciente e coscienzioso: dobbiamo scegliere. La vita si organizza e va avanti sulle basi dell' autopoiesi e non si può far finta che l'evoluzione non sia basata sul cambiamento e sull'adattamento. Dobbiamo solo scegliere a che cosa vogliamo adattarci, se a una vita robotica fatta di cattivi pensieri, paure, guerre e fratricidi o a una vita fatta di buone regole, curiosità scientifica, pensiero artistico, sana convivenza tra i popoli e le genti. La tendenza a cadere nel tranello della sindrome da certezza è fortissima, ma bisogna rendersi conto che ogni esperienza di certezza, di verità assoluta, è un fenomeno individuale, sordo all'incontro con gli altri, non è intenzionato a conoscere altri viventi, destinato a creare un mondo di solitudine. Perché io sono nel mio mondo certo e tu sei nel mio mondo certo e nessuno di noi vuole provare a mettere in discussione il proprio mondo e quindi, meglio soli.

La riflessione su se stessi. Guardarsi allo specchio e analizzare se nell'immagine che ci riflette c'è esattamente ciò che crediamo di essere. Il desiderio di conoscere se stessi senza paura di sbagliare o di essere giudicati, è ciò che ci permette di entrare in contatto con il nostro prossimo, riconoscerlo come altro da noi, apprendere dalle diversità tra noi e riconoscersi dalle cose che abbiamo in comune e accettare che ogni nuova relazione porta un piccolo cambiamento per ognuno di noi, nella percezione del mondo comune e del nostro stesso mondo. Riconoscere che questi cambiamenti sono ciò che hanno fatto di noi ciò che siamo. L'autopoiesi è la capacità di un complesso (unico e non spezzettato) sistema vivente, di mantenere la propria unità, integrità e organizzazione attraverso le relazioni e le interazioni tra tutti i suoi componenti. 

Non basta il cervello per vivere, serve anche il cuore, servono gli occhi, le orecchie, le dita delle mani e dei piedi, la colonna e tutto il resto.
Questo il mio pensiero rispetto alla vita, buona estate a tutti. Silvia


venerdì 11 aprile 2025

Un po' di ...gogia! (tra pedagogia e androgogia)

Leggi l'informativa su Privacy & Cookie a lato, all'interno della stessa trovi le modalità per non aderire. Se vuoi aderire è sufficiente che prendi visione e continui la navigazione sul nostro blog. Grazie

Che cos'è la ...gogia?

Insegnare ai bambini, agli adolescenti e agli adulti non è la stessa cosa e proprio per questo non si applica la stessa pedagogia, infatti per gli adulti applichiamo quella che oggi viene chiamata "androgogia".

Vi scrivo due righe, in modo che vi sappiate orientare anche voi genitori nella ricerca di un insegnante. Quando si insegna ad una persona adulta, e con un po' di fortuna, anche a qualche adolescente responsabile, si guida una persona responsabile e consapevole della propria formazione, un bambino spesso è costretto, o direzionato, dai genitori e di certo non si sente responsabile, va stimolato quindi verso l'interesse oltre che verso l'apprendimento della materia.  Con questo non voglio dire che con i bambini dovete usare toni alti e bassi, giocosi, allegri e coinvolgenti e con gli adulti potete fare lezioni noiose, monocorde e senza vibrazioni. Voglio solo dire che gli adulti arrivano al corso predisposti a farsi coinvolgere.

I bambini sono molto attratti da vicende e mondi fantastici dove loro possono immedesimarsi con i protagonisti e il movimento li aiuta a vivere queste storie, perdendosi nel loro egocentrismo apprendono giocando e senza stress da prestazione. L'ansia da prestazione sta tornando di moda a mio avviso, sembra quasi che abbia più valore il corsivo o la conoscenza esatta di nozioni temporali e nominative che la formazione di adulti responsabili, attenti, consapevoli e capaci di scelte e responsabilità. Come se una data di nascita di un autore non fosse possibile trovarla su qualche enciclopedia, anzi quasi quasi andiamo a cercare la consapevolezza sull'enciclopedia. Poi ci chiediamo perché torna di moda la violenza. Gli adulti acquisiscono meglio una lingua se questa è vicina alle loro esperienze passate, ai loro desideri e al loro obiettivo, quindi un attrazione molto più realistica, storica, terrena.

Anche gli obiettivi dei corsi sono diversi, gli adulti hanno spinte motivazionali e obiettivi da raggiungere legati alla loro attività professionale, a un viaggio che devono intraprendere, a una ricerca per un articolo ... tutti obiettivi che si possono concordare direttamente con il discente. I bambini, e purtroppo spesso anche gli adolescenti, non hanno obiettivi chiari e precisi, di solito non hanno proprio obiettivi e questi vanno spesso concordati con la scuola o con il genitore e, ahinoi, capita che non corrispondano con gli interessi dei discenti.

Il mio ruolo nei confronti di un adulto è più vicino al mio essere coach, guida di un adulto che approccia ad un percorso di apprendimento in modo consapevole e responsabile, metto a sua disposizione i miei strumenti per farne i suoi, e lo guido verso un suo percorso di apprendimento. Il bambino ha bisogno di un vero Maestro, che lo guida pezzetto pezzetto ad acquisire strumenti non solo linguistici ma anche del significato di comunicazione, di parola, di verbo. In adolescenza avviene di solito, ma non sempre, il passaggio dall'uno all'altro tipo di apprendimento.

Buon lavoro a tutti: professori, genitori e discenti.