domenica 4 ottobre 2026

Insegnamento con o vs apprendimento?

Oggi, tra gli alberi, gli uccelli e il bellissimo sole che ancora ci accompagna, ripenso a cosa vuol dire insegnare, iniziando da un piccolo scorcio storico dell'insegnamento (sottolineo l'insegnamento, non l'apprendimento).
Nell'antichità classica troviamo:
Atene e la "Grammatica": Sebbene i filosofi amassero i grandi concetti (olismo), l'insegnamento di base si fondava sulla paideia greca e poi sulla scuola romana. L'apprendimento ruotava attorno alla memorizzazione rigida, alla ripetizione a memoria di poemi e alla scomposizione della lingua (grammatica).
Il modello retorico. Nella scuola romana di Quintiliano standardizza il percorso: prima le lettere, poi le sillabe, poi le parole. Un processo rigorosamente lineare e sequenziale. Chi non riusciva ad automatizzare questi passaggi veniva semplicemente considerato "non adatto" agli studi.
Nel medioevo, per me pesantissimo, troviamo il trionfo del dogma:
Le Sette Arti Liberali: L'istruzione medievale si divide in due blocchi sequenziali. Si doveva tassativamente superare il Trivio (Grammatica, Retorica, Dialettica)—fondato sulle regole della lingua e della logica formale—prima di poter accedere al Quadrivio (le materie scientifiche).
La Scolastica e la ripetizione: Il metodo d'insegnamento si basava sulla Lectio (la lettura del testo da parte del maestro) e sulla memorizzazione meccanica dei dogmi. Non c'era spazio per l'intuizione globale o per la sintesi personale: la verità era una sequenza di sillogismi da memorizzare.
Nel XVIII ... ops mi confondo, voglio dire nel XIX secolo (dal 1801 al 1899) arriviamo alla scuola stile fabbrica:
Il modello prussiano: È in questo secolo che nasce la scuola moderna, come la conosciamo oggi, pensata per accorpare la funzione di insegnamento con una risorsa utile anche per i genitori che vanno a lavorare. Siamo nel periodo industriale e la scuola si allinea alle necessità; quindi, una scuola allineata ai tempi e pronta a supportare le famiglie che hanno bisogno di aiuto nella gestione dei figli risponde alle esigenze delle fabbriche. Il sistema prussiano (poi copiato in tutta Europa) introduce la divisione degli alunni per età, le classi, i banchi allineati e il suono della campanella.
La frammentazione del sapere: Per la prima volta, la conoscenza viene rigidamente spezzata in materie isolate e in unità orarie da 50 minuti. Questo approccio è il paradiso del pensiero sequenziale (che ama i compartimenti stagni) ma è la morte del pensiero olistico, che ha bisogno di vedere le connessioni globali tra le discipline per dare un senso a ciò che studia.
Poi entriamo nel XX secolo, io c'ero e la scuola cominciava a vedere alunni più ribelli, forse emergeva la necessità del cambiamento dello stile di insegnamento, qui nascono:
I programmi ministeriali rigidi: Nonostante i tentativi di pedagogisti illuminati (come Maria Montessori, che cercò di valorizzare l'intuizione e la globalità del bambino), i sistemi scolastici statali hanno continuato a premiare i programmi basati sulla progressione lineare: si studia la storia in ordine cronologico stretto, la matematica per formule astratte isolate, la letteratura per biografie e date.
La valutazione standardizzata: i test a scelta multipla e i voti basati sulla precisione del dettaglio (la data esatta, il nome specifico) hanno definitivamente blindato la scuola attorno alle competenze della memoria a breve termine e del processo sequenziale, lasciando fuori tutte le altre competenze, tra le quali potremmo trovare infinite potenzialità di tantissimi alunni respinti e frustrati (ci sarà un motivo se la parola frustrato somiglia alla parola frustato, chi lo sa?)
Mi sono sempre domandata quanto e fino a che punto, nel bene e nel male, sia importante che la scuola risponda alle esigenze della nazione, questa istituzione, figlia diretta della Rivoluzione Industriale, che aveva bisogno di menti sequenziali, capaci di seguire procedure rigide, standardizzate e in serie. Di certo non è una scuola funzionale oggi, perché la storia è andata avanti e le nazioni sono cambiate e così le menti pensatrici.
Poi arriviamo al nuovo millennio, quello in cui ci siamo tutti noi, consapevolmente oppure no:
Gli anni 2000: L'era delle Neuroscienze e il paradosso scolastico
Grazie alla risonanza magnetica funzionale e alle neuroscienze cognitive,  in questo ventennio, abbiamo finalmente capito come impara il cervello. La scienza ha dato ragione ai pensatori olistici, dimostrando che la separazione rigida delle materie e la memorizzazione meccanica sono i modi meno efficaci per assimilare informazioni a lungo termine.
Le neuroscienze hanno introdotto concetti rivoluzionari:
  • Neuroplasticità e Stili Cognitivi: Il cervello si modella in base alle esperienze. Non esiste un unico modo "giusto" di essere intelligenti. Chi ha un DSA (come la dislessia) o un profilo neurodivergente ha semplicemente un cablaggio cerebrale diverso, che elabora le informazioni in modo parallelo e visivo (olistico), anziché in modo sequenziale. Ma vallo a spiegare ai professori che hanno un cervello sequenziale, cercheranno in tutti i modi di cambiare il tuo modo di studiare e apprendere.
  • Apprendimento Emotivo (Neuroeducazione): scienziati e professionisti e professori, come la ben nota professoressa Daniela Lucangeli, hanno dimostrato che non c'è apprendimento senza emozione. Se uno studente prova ansia, paura del giudizio o si sente costretto a un metodo che non gli appartiene, se viene sottoposto all'ansia di sbagliare o all'infinita rigidità emotiva del docente, il cervello attiva l'amigdala (la centrale dello stress) e "si blocca", impedendo alla memoria di lavoro di funzionare. Ma quale professore ammetterebbe mai di essere così rigido, nessuno potrebbe tollerarlo.
  • La compensazione intuitiva: Le neuroscienze confermano che il cervello compensa. Quando le aree legate all'automatizzazione sequenziale (es. leggere rapidamente o ricordare stringhe di numeri) fanno più fatica, il cervello DSA potenzia le aree dell'emisfero destro, legate alla visione d'insieme, all'intuizione spaziale e all'empatia. e alla fine per aiutare questi poveri pensatori olistici a sopravvivere nel mondo della scuola sequenziale si sono scritte leggi e note per far capire ai professori che non devono imporre un modo di apprendere agli studenti perché vanno ad attuare un modus operandi classista, come se volessero far procedere solo la classe di persone che pensano in modo sequenziale.
Ora, non fraintendetemi, non voglio dire che sono professori cattivi in uno stile hitleriano, anche se lo sembra molto. Loro stessi hanno delle caratteristiche di apprendimento e di insegnamento, le due azioni si riflettono l'una nell'altra. Cercherò di raccontare una storia invece di un concetto così forse è più piacevole da seguire e poi ognuno per la sua strada.
Proviamo a dividere il mondo in due grandi categorie cognitive. Non parliamo di intelligenza, ma di come il cervello elabora la realtà. Distanziandoci dalle etichette cliniche, possiamo immaginare la popolazione divisa a metà:
Da un lato i pensatori sequenziali (o lineari): processano le informazioni un passo alla volta, amano le regole rigide, la memorizzazione meccanica, le date, le formule e i passaggi logici consequenziali.
Dall'altro, i pensatori olistici (o globali): catturano il quadro d'insieme, intuiscono l'obiettivo, leggono il contesto emotivo e sociale. Molti ragazzi con DSA o neurodivergenze rientrano qui: sviluppano una straordinaria intuizione globale proprio per compensare la fatica oggettiva ad assimilare automatismi rigidi e nozionistici.
Il problema esplode tra i banchi. La nostra scuola è storicamente progettata da pensatori sequenziali per pensatori sequenziali.
Quando un professore sequenziale obbliga uno studente-pensatore olistico a reprimere la sua intuizione per incastrarlo in una griglia di memorizzazione meccanica, non sta insegnando: sta chiedendo a quell'alunno di essere ciò che non potrà mai essere, generando un fortissimo senso di frustrazione, un'enorme stanchezza e l'idea che non possa comprendere nulla di ciò che il professore spiega. Sta facendo violenza a quel cervello. Sta dicendo a uno studente che il suo modo naturale di comprendere il mondo è "sbagliato".
L'insegnamento dovrebbe essere l'atto più inclusivo e democratico del mondo. Se la scuola vuole dimostrare che alla base del suo operato non c'è discriminazione sistemica nei confronti di chi è biologicamente diverso, deve cambiare approccio. Deve avere metodologie per tutti.
Questo è il grande paradosso degli anni 2000, quello che genera confusione, insicurezze, instabilità. Nonostante le neuroscienze abbiano dimostrato tutto questo, la scuola degli anni 2000 vive una profonda schizofrenia, se così mi permettete di chiamarla:
Da un lato ci sono le leggi sull'inclusione (come la Legge 170/2010 in Italia per i DSA), i Piani Didattici Personalizzati (PDP) e l'uso di strumenti compensativi. Dall'altro, però, la mentalità di molti docenti sequenziali non consente loro di comprendere il pensiero olistico e, per questo, non riescono ad accompagnare tutti gli studenti, ma solo alcuni, quelli che apprendono secondo il loro modo sequenziale di insegnare.
Molti insegnanti non vogliono applicare questa legge perché la considerano una "concessione" o un peso burocratico, continuando a valutare gli studenti secondo metriche puramente sequenziali e nozionistiche. La tecnologia (come i registri elettronici o le LIM) è stata spesso introdotta nel sistema solo per digitalizzare i vecchi metodi lineari, senza cambiare la sostanza della pedagogia. Ma spesso anche la digitalizzazione spaventa.
I docenti sono professionisti della pedagogia prima ancora che della materia che insegnano. Sono pagati per individuare la strada metodologica che accompagni ogni singolo alunno nell'apprendimento, valorizzando il suo stile cognitivo e non la propria personale metodologia. Il loro compito è didattico, non giudicante. Non spetta a un professore emettere sentenze sul valore educativo di una famiglia o giudicare se un figlio stia crescendo "nel modo giusto".
Il dovere della scuola è accendere le menti, non spegnerle pretendendo che funzionino tutte con lo stesso identico libretto di istruzioni. Accompagnare i discenti a essere se stessi e a far emergere le loro abilità; altrimenti sentiranno che essere se stessi è sbagliato e lo porteranno dentro come l'eterno copione della loro vita. 
Buona vita a tutti! Silvia

mercoledì 26 agosto 2026

l'apprendimento è una questione di spazio e tempo

Avete mai guardato con attenzione "La Scuola di Atene" di Raffaello? Immaginate quei filosofi immersi nelle loro chiacchiere, tra scontri culturali e intuizioni. Al centro di tutto c’era il dialogo, l'osservazione e, soprattutto, l'errore.
Oggi spesso dimentichiamo il valore di questo processo. Vi immaginate se Pitagora avesse preso un 4 in latino, si fosse scoraggiato e avesse smesso di cercare e comprendere? Quanti talenti rischiamo di perdere oggi giudicando il valore di uno studente da una singola performance? Magari ha una predisposizione e una passione per un'altra materia e noi lo blocchiamo letteralmente. 
L'apprendimento non è una gara di velocità. È l'abilità di assimilare concetti e modificare i nostri comportamenti. In questo processo, la memoria ha un ruolo chiave: ogni informazione ha bisogno di tempo per collegarsi a ciò che già conosciamo. Chi ha una memoria di lavoro più lenta non è meno capace, ha solo bisogno di un tempo diverso per elaborare.
In fin dei conti, quando cerchiamo un ottimo medico o un bravo avvocato, cerchiamo la profondità del suo pensiero, non la rapidità della sua risposta. L'apprendimento profondo richiede l'attribuzione di significati e il continuo confronto tra i nuovi stimoli e il nostro bagaglio personale.
L'apprendimento è dialogo, errore e trasformazione, non una corsa contro il tempo.
Nell'affresco "La Scuola di Atene" di Raffaello si respira l'essenza della conoscenza: il confronto continuo. Se Pitagora si fosse arreso davanti a un brutto voto in una materia a lui distante, oggi non avremmo il suo pensiero.
Educare significa comprendere che:
  1. La memoria non è uguale per tutti: Una memoria di lavoro più lenta richiede solo più tempo per collegare le informazioni. Ma non è detto che uno veloce sia più intelligente, forse è solo più facile per un insegnante centrato su un programma vasto, ma ricordiamoci che il tutto è uguale al niente. Che senso ha la frase: "ho fatto tutto il programma?"
  2. La qualità supera la velocità: In professioni cruciali come la medicina o la legge, preferiamo l'accuratezza alla fretta e oserei dire che la preferiamo non solo nelle professioni. Una bella passeggiata tra i boschi, una nuotata in mare e molto altro. Non è meglio andare ad una velocità moderata quando si guida, perché se si corre si perde il focus, si immagazzina ma non si assapora.
Apprendere significa saper cambiare prospettiva, dare un significato profondo agli stimoli esterni e confrontare il passato con il futuro, per comprendere il presente e progettare il domani. Diamo il giusto tempo alla conoscenza.
Per me, l'apprendimento è proprio questo:
  • Evoluzione: Capacità di modificare idee e comportamenti grazie a nuovi saperi.
  • Tempo, non velocità: La memoria di lavoro varia da persona a persona. Una memoria più lenta richiede solo più tempo per creare collegamenti, ma non è meno intelligente.
Buon rientro a tutti
Silvia 

venerdì 24 luglio 2026

Oltre l'indice del libro: l'arte di educare tra linee guida e percorsi su misura

Imparare è un viaggio che richiede tempo. Fin dagli albori della civiltà, i grandi filosofi ci hanno insegnato che la vera conoscenza si coltiva attraverso il dialogo, il confronto costruttivo e, soprattutto, l'analisi degli errori. Lo sbaglio non è un fallimento da punire, né uno strumento di umiliazione, ma una tappa naturale e fondamentale del percorso di crescita di ogni studente.
Oggi, tuttavia, la quotidianità scolastica rischia talvolta di appiattirsi su una routine meccanica: la spiegazione sequenziale del capitolo del libro di testo e la somministrazione di esercizi identici per tutti. Questo approccio standardizzato rischia di trasformare la scuola in una catena di montaggio, allontanandola dalla sua missione originaria.
I libri di testo moderni sono eccezionali. Gli editori ci consegnano volumi ricchi, approfonditi e completi di prezioso materiale didattico, elaborato per supportare lo studio. Ma quel materiale è uno strumento, non un vincolo. Non esiste un "programma ministeriale" rigido e blindato che imponga di seguire ciecamente l'indice di un manuale. Il Ministero fornisce linee guida e direttive generali; spetta poi all'autonomia e alla professionalità del docente tessere il percorso didattico ideale, modellandolo sulle reali necessità, sui ritmi e sui bisogni della singola classe.
In questo contesto, le stesse direttive nazionali offrono una guida chiara, indicando esplicitamente al docente di non "strafare" sulla quantità pura degli argomenti didattici. La priorità ministeriale si sposta decisamente dall'accumulo enciclopedico all'acquisizione di competenze profonde. L'obiettivo della scuola moderna non è stimolare una memorizzazione veloce e sterile di nozioni destinate a essere dimenticate. Al contrario, l'azione pedagogica deve concentrarsi sullo sviluppo delle capacità dialogiche, critiche e di analisi degli studenti. In una società sovraccarica di stimoli, l'importante non è ricordare rapidamente tutto, ma possedere gli strumenti cognitivi fondamentali per saper distinguere e saper scegliere con consapevolezza.
La standardizzazione rigida della didattica ha spesso l'effetto collaterale di isolare chi non si adegua alla velocità del gruppo. Chi apprende per vie diverse dalla media viene talvolta percepito come "indietro". Ma essere fuori dal coro non significa affatto essere meno intelligenti o meno capaci. Significa semplicemente osservare il mondo e i concetti da un’angolazione di partenza differente.
Questa necessità di equilibrio si riflette anche nelle recenti scelte istituzionali, come la decisione del Ministero di ripristinare lo studio del latino, mossa dall'evidente degrado nell'uso della lingua italiana da parte delle nuove generazioni. Si tratta di una soluzione che personalmente non prediligo, ma che trovo comunque intelligente e motivata nelle sue intenzioni profonde. La mia speranza, tuttavia, è che questo cambiamento non si trasformi in un azzardo frettoloso, guidato dall'illusione di poter insegnare il latino oggi esattamente come si faceva cinquant'anni fa. Gli studenti non sono gli stessi, e la scuola stessa è profondamente mutata. Mezzo secolo fa si studiavano meno materie, si frequentavano meno ore e si pretendeva un bagaglio di conoscenze decisamente più ristretto. Negli anni abbiamo aggiunto lo studio delle lingue straniere, la tecnologia informatica e molti altri ambiti che hanno favorito un nostro migliore inserimento nel mondo intero, sviluppando la capacità di comprendere punti di vista globali e di padroneggiare strumenti tecnologici ormai imprescindibili. La sfida odierna per i docenti sarà quindi saper reinserire il latino in modo adeguato al contesto attuale, evitando l'errore di abbandonare ciò che ci ha fatto progredire per tentare di ripristinare un mondo che non esiste più.
La parte più nobile, stimolante e bella della professione docente risiede proprio qui: nel saper intercettare quell'angolazione diversa, decodificarla e trovare la chiave d'accesso corretta per accompagnare l'alunno verso il sapere. Se rinunciamo a questa sfida, il ruolo dell'insegnante si riduce a quello di un semplice esecutore di ordini dettati dagli indici editoriali. Al contrario, valorizzare la ricchezza dei testi per creare percorsi personalizzati permette di trasformare la classe in un laboratorio di menti libere, critiche e appassionate

domenica 26 aprile 2026

Intelligenza Artificiale, inquinamento e consapevolezza per il bambino ideale di pochi.

Cari amici,


Torno con una nuova riflessione. Io non sono esperta di niente, ma amo riflettere su ciò che succede e su ciò che vedo. So che riflettere rende le persone noiose. Quello che noto è  che sicuramente le persone arrabbiate sono le preferite di molti, non le mie, questa, però, è solo una questione di gusti. 

Oggi si parla tanto di apprendimento, milioni di metodi, medici vs professori nelle diagnosi. Genitori che fanno fare una diagnosi ai medici e poi vengono accusati di nascondere la verità. Professori che vogliono dimostrare che la diagnosi è sbagliata o che il genitore è un idiota. Insomma, tutto centrato sullo sviluppo psicofisico del bambino e non sulla singola necessità di professionisti estremisti che vogliono la ragione su qualcosa che, a mio avviso, non possono avere, perché metodi, diagnosi, osservazioni, giudizi, chiacchiere … nulla vale per nessun alunno se non si usa il cuore. 


In virtù della scienza? Della ricerca? O della gloria personale, questi ragazzi vengono sottoposti a milioni di osservazioni e sperimentazioni? Sì, perché no, anche sperimentazioni silenziose: una volta lo isoliamo e vediamo che fa, poi lo mettiamo con gli aggressivi, poi con le signorine, poi lo umiliamo dicendo che non si capisce quello che legge, poi lo bocciamo, poi lo rifiutiamo e vediamo fino a che punto si diventa DSA, autistici o antisociali. Molto bello, ma forse i ragazzi e le ragazze che vivono questi stress dovrebbero ricevere un compenso. Ciascun alunno al quale è stata assegnata una verifica sperimentale, un esercizio sperimentale o che solo è stato osservato e dal quale si è preso spunto, deve ricevere un compenso, come quando le case farmaceutiche vogliono sperimentare dei nuovi farmaci, devono avvisare i pazienti che il farmaco è in sperimentazione e pagarli, non iniettare il farmaco e poi spiegare che è in sperimentazione. Forse il popolo dovrebbe avviare una petizione e raggiungere il quorum di firme affinché ci sia un compenso per chi viene trattato come una cavia, per chi viene manipolato come una scimmia. Forse succede già e io non lo so; spero che sia così.


Mi diverto a volte a fare domande all’intelligenza artificiale, a dispetto di tutti quelli che pensano che sia una cosa negativa, io la trovo straordinaria. Sapete qual è la differenza tra l’intelligenza artificiale e quella umana? Il bot è molto più veloce di noi nella ricerca quindi può sveltire il nostro operato, il bot può sbagliare se trova informazioni sbagliate, e sta a noi andare a controllare (come le fonti nei libri e nei siti, ci siamo già passati) ma il bot non può mentire, raccoglie i dati e ci fornisce la risposta nuda e cruda come è, l’intelligenza umana è lenta nella ricerca, spesso lenta nell’elaborazione e può scegliere di mentire, a volte è cosa buona ma a volte no. Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, anche il meno “avente diritto” trova la sua via verso il diritto, e forse questa è la vera minaccia del bot per l’uomo. O sbaglio?


È vero che per il raffreddamento dei data-centre usati per l’intelligenza artificiale viene usata tanta acqua (usata non inquinata), i server che addestrano ed eseguono i modelli di IA generano enormi quantità di calore. Per evitarne il surriscaldamento, si utilizzano sistemi di raffreddamento che richiedono milioni di litri d'acqua. Spesso quest'acqua viene evaporata nel processo, rendendola non immediatamente riutilizzabile, il che equivale a un consumo diretto. I data center sono spesso situati in aree che potrebbero soffrire di scarsità d'acqua. Il massiccio impiego d'acqua per il raffreddamento da parte di queste strutture entra in competizione con il fabbisogno idrico delle comunità locali e dell'agricoltura. Se ci concentriamo su questo problema e smettiamo di fare la guerra, forse miglioriamo su due fronti. È purtroppo vero che l’obsolescenza rapida delle componenti hardware necessarie all’IA genera rifiuti elettronici, il cui smaltimento inadeguato può portare alla liberazione di sostanze tossiche nelle falde acquifere. Ma allora rallentiamo noi, a scuola, al lavoro, nella ricerca, nella nostra bramosia di essere di più e di avere più potere. Però è vero che molte persone che hanno difficoltà con l’IA riescono ad avere una vita uguale a quella degli altri e, prima di prendere una decisione, ricordatevi che la rinuncia, come sempre, non sarà per tutti, ma sarà distinta in base al reddito: meno hai, più devi rinunciare. Lo so, sto diventando impopolare con questo articolo, pazienza. Sono già impopolare. Dico solo, chiedete bene, non chiedete a caso e seguendo una scia. Ricordatevi, quando parlate di rinuncia, che ci sono persone che torneranno in difficoltà, dovranno essere a carico di chi ha tolto loro questa possibilità.


Carl Rogers sosteneva che, se un individuo è inserito in un ambiente adeguato e supportivo, migliora e fiorisce. Una teoria umanistica sviluppata tra gli anni ’40 e ’50 che afferma che l’essere umano possiede una spinta innata verso la crescita e l’autorealizzazione e quando l’ambiente circostante è supportivo (ovvero empatico e non solo educato; aperto all’accettazione e non tendente a un modello ideale; congruente, dove tra il dire e il fare c’è corrispondenza), ogni persona è in grado di sviluppare il proprio potenziale superando le difficoltà. Guai a quei professori, genitori, in generale a quelle persone che interagiscono con gli altri volendoli guidare verso un modello ideale di persona, loro sono la rovina di molte persone, la distruzione di molti bambini. La persona non è un oggetto da aggiustare affinché diventi il più vicino possibile al modello ideale di qualcuno, una persona è una vita che va supportata in modo positivo, con relazioni positive, affettive, sincere. Perché, come Maslow ci insegna, una persona può perseguire l’autorealizzazione solo dopo che le esigenze fondamentali e ambientali (sicurezza, affetto, accettazione, non giudizio, non mettere a disagio, sentirsi libero e gradito) sono state soddisfatte; se qualcuno non le soddisfa o le mina, vuol dire che sta usando violenza. Quando un professore o un genitore, applica una pedagogia del modello ideale, valuta, o peggio, giudica, il bambino o la bambina in base ai criteri del suo modello ideale e non vede il punto di partenza dello studente, misura solo la distanza che c’è tra lo studente (o il figlio) e il suo modello ideale di persona, che di solito rispecchia sé stesso. Se il bambino reale non corrisponde a questa immagine, la valutazione tende a sottolineare la mancanza o lo scarto rispetto all'ideale. La performance viene confrontata con una norma esterna o con gli standard della classe o dei fratelli o della massa sociale, anziché con i progressi personali del bambino o della bambina. Se l'alunno/a o il figlio/a percepisce di non poter mai raggiungere l'ideale del professore/genitore, la sua autostima e motivazione possono calare drasticamente.


Le persone spesso attuano questa scelta quando hanno dei conflitti interiori non risolti e non sono abbastanza forti per mettersi in discussione, hanno paura, non vogliono sentirsi sbagliati, loro stessi sono stati puniti, mal giudicati, non hanno potuto sviluppare il proprio vero sé e non possono accettare che tutto quello a cui sono stati costretti a sopravvivere, fosse sbagliato. Questo è uno dei motivi per cui i cambiamenti avvengono lentamente, per essere accettati hanno bisogno di più generazioni, per allontanarsi da quel modello ideale-assassino. Per fortuna, oggi, sempre più persone sono propense a valutare l’alunno/a o il figlio/a per quello che realmente è e per i suoi progressi personali, ma è un cambiamento ancora in atto e noi adulti siamo capoccioni: non siamo disposti a cambiare, troppo difficile, a volte troppo duro.


E cosa ha a che fare questo con l’IA e l’uso dell’acqua? Riguarda la nostra capacità di scegliere e di valutare, riguarda il modo in cui ci lasciamo confondere dalle cose spostando il focus. Emerge l’IA e subito se ne coglie il potenziale. Ci sono guerre in corso, ma non si possono fermare. Cosa succede allora? Si parla dell’IA come di un pericolo che addirittura mete in ombra il pericolo della guerra, l’IA rende tutti stupidi e inquina l’acqua. Ebbene, ogni cosa che facciamo inquina; anche andare in motoscafo al largo inquina; ogni auto o moto che possediamo inquina; ogni computer e cellulare sono dannosi, ma noi, attraverso il marketing di massa, ci concentriamo sull’inquinamento dell’IA e non ci chiediamo gli effetti della guerra sul mondo e non solo sul luogo bombardato.


La guerra in Iran (iniziata a fine febbraio 2026) sta causando danni ambientali significativi e duraturi, con un impatto devastante in particolare sulle risorse idriche e atmosferiche. Secondo le prime stime e le analisi del Conflict and Environment Observatory (CEOBS, https://ceobs.org/iran-war-environmental-risk-overview-as-of-27th-march/#:~:text=Nearly%20a%20month%20into%20the,left%20devastated%20by%20Israeli%20bombing), l'inquinamento generato dai bombardamenti di siti energetici sta minacciando la salute pubblica, i suoli e gli ecosistemi marini. La contaminazione idrica è una delle preoccupazioni principali, soprattutto in una regione già afflitta da scarsità d'acqua e siccità. Gli attacchi agli impianti di desalinizzazione nel Golfo Persico (come quello avvenuto nel Bahrein o le minacce alle infrastrutture in Iran) mettono a rischio l'approvvigionamento di acqua potabile per milioni di persone. La combustione di depositi petroliferi e raffinerie libera diossido di zolfo e ossidi di azoto. Questi gas reagiscono con l'umidità atmosferica, formando piogge acide che cadono nei bacini idrici, nei fiumi e nelle falde acquifere, acidificandoli. I raid contro navi cisterna e infrastrutture petrolifere costiere provocano versamenti di petrolio nel Golfo Persico, danneggiando ecosistemi fragili, barriere coralline e mangrovie, che, con il tempo, creeranno un danno irreversibile anche in ambienti più lontani. Residui tossici, metalli pesanti (come nichel e vanadio) e sostanze chimiche derivanti dai bombardamenti si accumulano nel suolo e filtrano nelle falde acquifere sotterranee.


Sapete cosa ci diranno quando non ci sarà più acqua? Diranno che è colpa dell’IA, così toglieranno anche quella, e noi saremo assetati di tutto, perché saremo senza fonti d’acqua, di cibo e di sapere.


Buona consapevolezza a tutti.

venerdì 29 agosto 2025

The town of Perugia

Perugia, the capital of Umbria and a renowned city of art, is situated on a hill in the Tiber Valley. It's not just its medieval historic centre that's famous, but also the numerous universities that make the town lively and youthful, and the University for Foreigners that adds a multicultural flavor. The July jazz festival, a city-wide celebration that has been a magnet for music lovers and top musicians for years, is a testament to this multiculturalism.

Perugia's history has Etruscan roots, with the city's origins dating back to an ancient Umbrian and later Etruscan settlement, of which the Etruscan Arch is a testament. What's truly fascinating is how its architecture, with its medieval and modern structures, blends harmoniously, creating a unique and awe-inspiring cityscape.

Medieval architecture dominates the historic centre, with monuments such as the Fontana Maggiore, the Palazzo dei Priori, and the Cathedral of San Lorenzo. The Rocca Paolina, a fortress that hides an entire underground medieval quarter, is surprisingly easy to explore on foot, thanks to the minimetrò that passes above the rooftops and the escalators located throughout the city. This ease of exploration ensures a comfortable and enjoyable visit.

Umbrian cuisine is also remarkable, featuring specialities such as strangozzi with Norcia black truffles, gnocchi with goose sauce, torta al testo, and the famous chocolate, for which the Eurochocolate event was created.



Perugia

Perugia capoluogo dell'Umbria e importante città d’arte, è situata  su un colle nella valle del Tevere. Famosa per il suo centro storico medievale, le numerose università che rendono la città viva e giovane, l’università per stranieri che la rendono multiculturale, il festival jazz di luglio che da anni coinvolge tutta la città, attira appassionati di musica e importantissimi musicisti che si esibiscono in ogni teatro, angolo, locale, piazza e palcoscenico della città.


La sua storia ha radici tra gli etruschi, Le origini della città risalgono a un antico insediamento umbro e poi etrusco, di cui l'Arco Etrusco è una testimonianza. La sua architettura si mischia armonicamente con strutture moderne. 

L'architettura medievale domina il centro storico, con monumenti come la Fontana Maggiore, il Palazzo dei Priori e la Cattedrale di San Lorenzo. La Rocca Paolina è una fortezza che nasconde un intero quartiere medievale sotterraneo Una città facile da girare a piedi, per via del minimetrò che passa sopra i tetti e delle scale mobili dislocate in diversi punti della città.  

Anche la cucina umbra è notevole, include specialità come gli strangozzi al tartufo nero di Norcia, gli gnocchi al sugo d'oca, la torta al testo e il famoso cioccolato, per il quale è nata la manifestazione Eurochocolate.



The Charm of Trieste

Trieste, a captivating border town nestled in northeastern Italy, is celebrated for its intricate and diverse multicultural history. 

It stands as a significant crossroads of Latin, Slavic, and Central European cultures, a fact that has always piqued the interest of global writers and intellectuals. 

The retro charm of its historic cafés, reminiscent of the Arabian Nights, adds to its allure.

Its port was a crucial point in the Austro-Hungarian Empire, and today it is one of Italy's most important ports for cargo traffic.

Trieste's historical ties to the Habsburg Empire have left an indelible mark on its neoclassical architecture, lending the city an air of elegance. This is evident in its austere buildings and piazzas, a testament to its rich history and cultural heritage.

Trieste is renowned for its grand Piazza Unità d'Italia, one of Europe's largest squares, which opens directly onto the sea and is surrounded by imposing historic buildings. The city's landscape and daily life are influenced by the Bora, a strong wind that blows from the Karst Plateau. The city's cafés, often frequented by intellectuals, still exude their unique atmosphere, making them ideal spots to enjoy a coffee or perhaps even meet a renowned author.

The Grand Canal is particularly fascinating, offering a glimpse into the essence of Venice. Crossed by bridges, it is a distinctive feature of the city centre.

A small city, yet brimming with culture, we find the Winged Victory Lighthouse, designed by Italian architect Arduino Berlam. The National Temple of Mary, Mother, and Queen of Monte Grisa is a vital sanctuary renowned for its distinctive triangular shape. The Roman amphitheatre, the Castle of San Giusto, the Miramare Castle, the elegant Palazzo Revoltella, and much more.

The view from the Temple of Monte Grisa or from the Promenade of Napoleonica, which runs high and overlooks the sea, is spectacular. A breathtaking view both day and night. 





Il fascino di trieste

Trieste è una splendida cittadina di confine, situata nel nord-est dell’Italia è conosciuta per la sua complessa storia multiculturale. Da sempre è un importante crocevia di culture latine, slave e mitteleuropee. Da Mille e una notte l'atmosfera retrò che si respira tra i caffè storici che da sempre attraggono scrittori e persone di cultura da tutto il mondo.

Il suo porto è stato un punto cruciale dell'Impero Austro-Ungarico e oggi è uno dei porti italiani più importanti per il traffico merci.

Il legame storico con l'Impero Asburgico ha influenzato l'architettura neoclassica e l'eleganza della città, che si riflette nei suoi palazzi austeri e nelle piazze. 

Famosa per la sua magnifica piazza Unità d’Italia, Una delle piazze più grandi d'Europa, che si apre direttamente sul mare, circondata da imponenti palazzi storici; per la bora, un vento forte che soffia dal Carso, influenzando il suo paesaggio e la vita quotidiana; per i suoi i caffè, luoghi storici di incontro di intellettuali, dove si può ancora percepire la loro atmosfera e a volte incontrarli seduti a bere un caffè o a presentare il proprio libro.

Molto affascinante è il Canal Grande, che ci fa respirare aria di Venezia, attraversato da ponti, rappresenta un elemento distintivo del centro cittadino.

Una città piccola ma piena di cultura, troviamo il faro della Vittoria Alata, ad opera dell'architetto italiano Arduino Berlam. Tempio Nazionale a Maria Madre e Regina di Monte Grisa, un importante santuario noto per la sua peculiare forma triangolare. L’anfiteatro romano, il castello di San Giusto e il Castello di Miramare, il raffinato palazzo Revoltella e ancora tanto.

Spettacolare il panorama visto dal tempio di Monte Grisa o dalla passeggiata della Napoleonica, che cammina alta, a strapiombo sul mare. Una vista che mozza il fiato sia di giorno che di notte.