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venerdì 24 luglio 2026

Oltre l'indice del libro: l'arte di educare tra linee guida e percorsi su misura

Imparare è un viaggio che richiede tempo. Fin dagli albori della civiltà, i grandi filosofi ci hanno insegnato che la vera conoscenza si coltiva attraverso il dialogo, il confronto costruttivo e, soprattutto, l'analisi degli errori. Lo sbaglio non è un fallimento da punire, né uno strumento di umiliazione, ma una tappa naturale e fondamentale del percorso di crescita di ogni studente.
Oggi, tuttavia, la quotidianità scolastica rischia talvolta di appiattirsi su una routine meccanica: la spiegazione sequenziale del capitolo del libro di testo e la somministrazione di esercizi identici per tutti. Questo approccio standardizzato rischia di trasformare la scuola in una catena di montaggio, allontanandola dalla sua missione originaria.
I libri di testo moderni sono eccezionali. Gli editori ci consegnano volumi ricchi, approfonditi e completi di prezioso materiale didattico, elaborato per supportare lo studio. Ma quel materiale è uno strumento, non un vincolo. Non esiste un "programma ministeriale" rigido e blindato che imponga di seguire ciecamente l'indice di un manuale. Il Ministero fornisce linee guida e direttive generali; spetta poi all'autonomia e alla professionalità del docente tessere il percorso didattico ideale, modellandolo sulle reali necessità, sui ritmi e sui bisogni della singola classe.
In questo contesto, le stesse direttive nazionali offrono una guida chiara, indicando esplicitamente al docente di non "strafare" sulla quantità pura degli argomenti didattici. La priorità ministeriale si sposta decisamente dall'accumulo enciclopedico all'acquisizione di competenze profonde. L'obiettivo della scuola moderna non è stimolare una memorizzazione veloce e sterile di nozioni destinate a essere dimenticate. Al contrario, l'azione pedagogica deve concentrarsi sullo sviluppo delle capacità dialogiche, critiche e di analisi degli studenti. In una società sovraccarica di stimoli, l'importante non è ricordare rapidamente tutto, ma possedere gli strumenti cognitivi fondamentali per saper distinguere e saper scegliere con consapevolezza.
La standardizzazione rigida della didattica ha spesso l'effetto collaterale di isolare chi non si adegua alla velocità del gruppo. Chi apprende per vie diverse dalla media viene talvolta percepito come "indietro". Ma essere fuori dal coro non significa affatto essere meno intelligenti o meno capaci. Significa semplicemente osservare il mondo e i concetti da un’angolazione di partenza differente.
Questa necessità di equilibrio si riflette anche nelle recenti scelte istituzionali, come la decisione del Ministero di ripristinare lo studio del latino, mossa dall'evidente degrado nell'uso della lingua italiana da parte delle nuove generazioni. Si tratta di una soluzione che personalmente non prediligo, ma che trovo comunque intelligente e motivata nelle sue intenzioni profonde. La mia speranza, tuttavia, è che questo cambiamento non si trasformi in un azzardo frettoloso, guidato dall'illusione di poter insegnare il latino oggi esattamente come si faceva cinquant'anni fa. Gli studenti non sono gli stessi, e la scuola stessa è profondamente mutata. Mezzo secolo fa si studiavano meno materie, si frequentavano meno ore e si pretendeva un bagaglio di conoscenze decisamente più ristretto. Negli anni abbiamo aggiunto lo studio delle lingue straniere, la tecnologia informatica e molti altri ambiti che hanno favorito un nostro migliore inserimento nel mondo intero, sviluppando la capacità di comprendere punti di vista globali e di padroneggiare strumenti tecnologici ormai imprescindibili. La sfida odierna per i docenti sarà quindi saper reinserire il latino in modo adeguato al contesto attuale, evitando l'errore di abbandonare ciò che ci ha fatto progredire per tentare di ripristinare un mondo che non esiste più.
La parte più nobile, stimolante e bella della professione docente risiede proprio qui: nel saper intercettare quell'angolazione diversa, decodificarla e trovare la chiave d'accesso corretta per accompagnare l'alunno verso il sapere. Se rinunciamo a questa sfida, il ruolo dell'insegnante si riduce a quello di un semplice esecutore di ordini dettati dagli indici editoriali. Al contrario, valorizzare la ricchezza dei testi per creare percorsi personalizzati permette di trasformare la classe in un laboratorio di menti libere, critiche e appassionate

giovedì 3 luglio 2025

Tornare filosofi

Io sono a favore della filosofia, troppe restrizioni, tecnicismi, esperimenti e giudizi non portano lontano, ci danno l'illusione che portano lontano, ma ci rinchiudono nella paura, nella competizione, nell'essere ciò che non siamo e portano ad una sopravvivenza, che non ha nulla a che fare con il vivere.
La filosofia è lo studio di problematiche fondamentali che sono relazionate all'esistere e riguardano la conoscenza, il comportamento, i valori emotivi e culturali, la ragione, l'istinto, la trascendenza, la nostra mente, il nostro linguaggio.

Amo anche l'antropologia culturale, probabilmente perché all'università ho avuto un professore fantastico, sorrideva, faceva battute, ci insegnava e non aveva paura degli studenti, del giudizio, della prestazione. L'antropologia culturale si occupa delle culture umane nel mondo, di studiare le loro differenze e le loro somiglianze, le tradizioni, le credenze, i linguaggi, le pratiche sociali e i modi di vita, cercando di comprendere come le culture si formano, evolvono, interagiscono tra loro.

Nella nostra follia abbiamo pensato di sminuzzare il cervello umano come se potesse esistere di un pezzetto alla volta. Io amo la Gestalt, la forma e la figura tutto in un unico essere. Posso comprendere che se parlo l'inglese uso una parte del cervello e se faccio un'equazione ne uso un'altra, ma questa conoscenza può rendermi più intelligente? Davvero, immaginatevi a fare il vostro lavoro pensando: 

"mentre con questa parte del cervello scrivo la lettera in inglese alla x ditta, attivo anche la parte opposta del cervello per fare i calcoli di quanto deve pagarmi ma proprio non riesco a ricordare quale parte di cervello attivare per evidenziare le scadenze, eppure mi hanno detto che sono una multitasking, cosa sto sbagliando?"

Da un punto di vista scientifico va bene, ci aiuta a proporre nuove soluzioni, a varcare nuove frontiere, a comprendere chi siamo o cosa siamo ma tutto ciò non ha nulla a che fare con l'intelligenza. Ricordiamo, se siamo scienziati di professione e non di furberia, che quando si passa a un esperimento, bisogna esplicitarlo, di qualsiasi tipo esso sia.

Io sono a favore del pensiero fenomenologico. La fenomenologia osserva i fenomeni così come si presentano alla nostra coscienza, con lo scopo di osservare e comprendere come la nostra percezione li riceve, li elabora, li vive (come facevano gli antichi filosofi), ma nessun fenomeno indotto ha validità scientifica, forse nella medicina si, ma non nell'anima, non nella mente, non nella psicologia. Si osserva come la nostra coscienza agisce e reagisce alle cose senza giudizio, senza preconcetti o pregiudizi, ovvero senza dare per vera una realtà piuttosto che un'altra. Pura osservazione con gli occhi della curiosità e non del giudizio, ma questo è un pensiero per pochi, alla maggior parte della gente piace giudicare, piace vedere il negativo nell'altro, per non fare i conti con se stessi.

Amo la fenomelogia ma non amo il cognitivismo, mi rendo conto che in questo periodo storico il mio pensiero non è di moda, ma vi devo chiedere di accettarlo così, senza giudicarlo. Il cognitivismo è una corrente della psicologia centrato nello studio dei processi mentali e del loro funzionamento. Immaginate di analizzare il vostro cervello come fosse un cervello elettronico per studiarne i processi mentali: la percezione - la memoria a breve termine - la memoria a lungo termine - il linguaggio - il ragionamento logico e come ognuno di questi interferisce con il vostro comportamento. Immaginate di vivere senza il trascendente, senza l'amore, senza i sogni, senza il desiderio, senza poter credere niente altro che alla funzione positiva del vostro cervello.
Se ci pensate il cervello elettronico e tutti i computer nascono dalle osservazioni fatte sul cervello sarebbe un peccato se a furia di desiderare di migliorare i cervelli elettronici stimolassimo i nostri cervelli alla follia, mentre avere un computer a disposizione per lavorare, passare del tempo libero, comunicare e poi chiudere lo schermo e fare una passeggiata in alta montagna o sul bagnasciuga, è un grande lusso. Immaginate in che modo questo può influenzare la vostra vita.

Il trascendente, un altro concetto che si sta dimenticando, perché il trascendente prevede che l'essere sia un pezzo unico e non dei singoli pezzi di puzzle accostati, io ho l'anima scientifica e sono affascinata da questi studi di intelligenza artificiale e li trovo anche utili ma amo anche il trascendente, non posso pensare di vivere senza. Il trascendente è qualcosa che sta oltre la nostra percezione, la nostra conoscenza, oltre il pezzetto che elabora. Il trascendente è qualcosa che c'è ma che non si può spiegare. Un oggetto è una cosa diversa e staccata da me, quindi una parte è percepita in comune con un gruppo di altre persone e una parte no. Quando io guardo una chitarra posso essere sicura che chi mi sta vicino vede lo stesso oggetto, lo condividiamo e per convenzione, ne condividiamo anche il nome: chitarra. Ma poi io guardo la chitarra e mi vengono in mente le dita del chitarrista flamenco che ho ascoltato suonare a Segovia, mentre la dama zapateava e suonava le nacchere ad una velocità che richiamava alla mia mente il cobra visto anni prima in India e mi riporta ai mille colori, ai mille suoni e odori che nella mia vita si sono accumulati nella mia memoria storica, che ricordo a tratti con il sorriso dell'esploratore, a tratti con il magone della donna ferita. Ma cosa vive il mio vicino, che sta guardando la stessa chitarra che guardo io? Glielo chiedo e mi risponde: ricordo che mio padre suonava la chitarra dopo cena quando ero piccolo, musica blues e cantava con una voce profonda, aveva parole di amore e di speranza per me e mia sorella che eravamo poveri, piccoli e impauriti. Lui ci diceva di sognare e di credere e noi lo abbiamo fatto. Ora sono un compositore, guadagno bene, ho una bella casa e la sera, quando sono a casa con la mia famiglia, suono lo stesso blues di mio padre perché è su quella musica che ho trovato la forza di emergere, di essere il migliore, di lavorare e studiare senza mai perdere il sorriso. Trascendente è il nostro istinto, non si può dimostrare ma spesso ha ragione.

Forse il problema con la trascendenza sta nel fatto che la maggior parte delle persone ha bisogno di vivere in un mondo di certezze e nega a se stessa che la certezza non può esistere. Forse viviamo negli anni in cui la maggior parte della gente soffre della sindrome della certezza, perché ha bisogno di vivere in un mondo che sicuramente rispecchia ciò che la sua percezione ha della vita, una gran parte della gente non può accettare il diverso o il cambiamento perché non può vivere nel dubbio, ha bisogno di credere che il mondo è come lo percepisce, esattamente e giustamente uguale a come lo percepisce, oppure sente il peso della responsabilità, della necessità di decidere, di scegliere, di essere se stessi. Ma se noi siamo qua, e grazie a Dio siamo qua, è perché il mondo si è evoluto e dunque è cambiato, speriamo solo che giunga presto il momento in cui cambiare si accompagna a braccetto con scegliere cosa, come, perché cambiare in questo percorso che non può non cambiare.

Nel percorso evolutivo della vita, della vita umana, io credo che noi stessi siamo il fenomeno biologico trascendentale che porta al cambiamento e non possiamo aver paura del diverso e del cambiamento, possiamo solo scegliere cosa vogliamo e dove vogliamo stare in modo cosciente e coscienzioso: dobbiamo scegliere. La vita si organizza e va avanti sulle basi dell' autopoiesi e non si può far finta che l'evoluzione non sia basata sul cambiamento e sull'adattamento. Dobbiamo solo scegliere a che cosa vogliamo adattarci, se a una vita robotica fatta di cattivi pensieri, paure, guerre e fratricidi o a una vita fatta di buone regole, curiosità scientifica, pensiero artistico, sana convivenza tra i popoli e le genti. La tendenza a cadere nel tranello della sindrome da certezza è fortissima, ma bisogna rendersi conto che ogni esperienza di certezza, di verità assoluta, è un fenomeno individuale, sordo all'incontro con gli altri, non è intenzionato a conoscere altri viventi, destinato a creare un mondo di solitudine. Perché io sono nel mio mondo certo e tu sei nel mio mondo certo e nessuno di noi vuole provare a mettere in discussione il proprio mondo e quindi, meglio soli.

La riflessione su se stessi. Guardarsi allo specchio e analizzare se nell'immagine che ci riflette c'è esattamente ciò che crediamo di essere. Il desiderio di conoscere se stessi senza paura di sbagliare o di essere giudicati, è ciò che ci permette di entrare in contatto con il nostro prossimo, riconoscerlo come altro da noi, apprendere dalle diversità tra noi e riconoscersi dalle cose che abbiamo in comune e accettare che ogni nuova relazione porta un piccolo cambiamento per ognuno di noi, nella percezione del mondo comune e del nostro stesso mondo. Riconoscere che questi cambiamenti sono ciò che hanno fatto di noi ciò che siamo. L'autopoiesi è la capacità di un complesso (unico e non spezzettato) sistema vivente, di mantenere la propria unità, integrità e organizzazione attraverso le relazioni e le interazioni tra tutti i suoi componenti. 

Non basta il cervello per vivere, serve anche il cuore, servono gli occhi, le orecchie, le dita delle mani e dei piedi, la colonna e tutto il resto.
Questo il mio pensiero rispetto alla vita, buona estate a tutti. Silvia


venerdì 11 aprile 2025

Un po' di ...gogia! (tra pedagogia e androgogia)

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Che cos'è la ...gogia?

Insegnare ai bambini, agli adolescenti e agli adulti non è la stessa cosa e proprio per questo non si applica la stessa pedagogia, infatti per gli adulti applichiamo quella che oggi viene chiamata "androgogia".

Vi scrivo due righe, in modo che vi sappiate orientare anche voi genitori nella ricerca di un insegnante. Quando si insegna ad una persona adulta, e con un po' di fortuna, anche a qualche adolescente responsabile, si guida una persona responsabile e consapevole della propria formazione, un bambino spesso è costretto, o direzionato, dai genitori e di certo non si sente responsabile, va stimolato quindi verso l'interesse oltre che verso l'apprendimento della materia.  Con questo non voglio dire che con i bambini dovete usare toni alti e bassi, giocosi, allegri e coinvolgenti e con gli adulti potete fare lezioni noiose, monocorde e senza vibrazioni. Voglio solo dire che gli adulti arrivano al corso predisposti a farsi coinvolgere.

I bambini sono molto attratti da vicende e mondi fantastici dove loro possono immedesimarsi con i protagonisti e il movimento li aiuta a vivere queste storie, perdendosi nel loro egocentrismo apprendono giocando e senza stress da prestazione. L'ansia da prestazione sta tornando di moda a mio avviso, sembra quasi che abbia più valore il corsivo o la conoscenza esatta di nozioni temporali e nominative che la formazione di adulti responsabili, attenti, consapevoli e capaci di scelte e responsabilità. Come se una data di nascita di un autore non fosse possibile trovarla su qualche enciclopedia, anzi quasi quasi andiamo a cercare la consapevolezza sull'enciclopedia. Poi ci chiediamo perché torna di moda la violenza. Gli adulti acquisiscono meglio una lingua se questa è vicina alle loro esperienze passate, ai loro desideri e al loro obiettivo, quindi un attrazione molto più realistica, storica, terrena.

Anche gli obiettivi dei corsi sono diversi, gli adulti hanno spinte motivazionali e obiettivi da raggiungere legati alla loro attività professionale, a un viaggio che devono intraprendere, a una ricerca per un articolo ... tutti obiettivi che si possono concordare direttamente con il discente. I bambini, e purtroppo spesso anche gli adolescenti, non hanno obiettivi chiari e precisi, di solito non hanno proprio obiettivi e questi vanno spesso concordati con la scuola o con il genitore e, ahinoi, capita che non corrispondano con gli interessi dei discenti.

Il mio ruolo nei confronti di un adulto è più vicino al mio essere coach, guida di un adulto che approccia ad un percorso di apprendimento in modo consapevole e responsabile, metto a sua disposizione i miei strumenti per farne i suoi, e lo guido verso un suo percorso di apprendimento. Il bambino ha bisogno di un vero Maestro, che lo guida pezzetto pezzetto ad acquisire strumenti non solo linguistici ma anche del significato di comunicazione, di parola, di verbo. In adolescenza avviene di solito, ma non sempre, il passaggio dall'uno all'altro tipo di apprendimento.

Buon lavoro a tutti: professori, genitori e discenti.

lunedì 15 febbraio 2016

Introduzione al perché delle letture in lingua

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Chi mi conosce sa che io credo fortemente nella lettura e che ho cresciuto i miei figli tra libri e natura. Quello che ho scoperto è che la lettura condivisa, soprattutto con una persona di riferimento emotivamente importante, appassiona, stimola, arricchisce il vocabolario, sviluppa le capacità linguistiche, le competenze comunicative e l'abilità di osservare il mondo attraverso riferimenti incrociati. (Leggi Perché leggere in lingua straniera in età precoce).

Molto importante nell'acquisizione di una lingua straniera (come di ogni altra cosa) è la relazione affettiva che si viene a creare tra l'insegnante e l'alunno. Molto spesso la condivisione della lingua con un familiare emotivamente importante aumenta i risultati dell'apprendimento del bambino ed è per questo che consiglio sempre di trovare un'insegnante con la quale il bambino si senta a suo agio ma anche di condividere a casa dei momenti in lingua straniera stabiliti in base alle esigenze e alle possibilità familiari. Ad esempio la lettura di un libro in lingua, oppure la storia della nanna, oppure il momento del bagnetto.
Creare un magico mondo in lingua permette ai bambini di acquisire la L2 in modo consapevole e non tradotto. (Leggi consapevolezza e traduzione della parola).

Chi mi conosce sa anche quanto credo nell'avvio al bilinguismo sin dall'età precoce e così a 6 e 4 anni i miei figli stanno imparando la loro terza lingua e ne sono soddisfatti, si divertono, hanno voglia di leggere e nessuno glielo ha mai chiesto in casa. Hanno semplicemente goduto della lettura familiare condivisa e per fortuna abbiamo sempre trovato maestre che hanno saputo valorizzare questa passione. (Leggi Bilinguismo e in-lingua in età precoce).
Proprio per questa mia esperienza, ma anche per la mia professionalità di linguista esperta in glotto-didattica infantile, ho deciso di proporre ai miei alunni dei momenti di lettura in lingua associati a dei laboratori.

Questo è lo spazio dove riporterò alcune delle nostre esperienze di lettura e laboratori con i miei alunni. Non dobbiamo dimenticare che la narrazione, la condivisione delle storie, il raccontare prima e il leggere poi sono i passaggi importanti dello sviluppo dell'uomo nella sua filogenesi, allo stesso modo in cui è importante nello sviluppo dell'uomo nella sua ontogenesi. Più semplicemente voglio dire che l'uomo nelle sue tappe evolutive di singola persona ripercorre le tappe evolutive dell'intera specie e se guardiamo indietro nel tempo le basi dell'intelligenza sono state poste con l'esigenza di tramandare le esperienza da persona a persona, da padre a figlio, da nonno a figlio e lo si faceva con la narrazione, poi con le illustrazioni (graffiti) e infine con la scrittura e dunque la lettura. Un percorso che non ha mai abbandonato l'uomo ma semplicemente con esso si è evoluto. Talmente evoluto che a oggi esistono audio-libri, applicazioni per costruire, leggere, disegnare ... storie e molto altro.
Io rimango però dell'idea che la narrazione e la lettura che passa attraverso la relazione umana sia la più funzionale e dunque preferisco leggere di persona ai miei alunni. Numerosi sono i testi dei quali mi avvalgo e non sempre dipende dalle loro capacità, visto che mio compito è stimolarle in modo interessante e svilupparle, ma più che altro dai loro interessi: colorare, ascoltare, toccare, ripetere, storie tradizionali, storie nuove, con illustrazioni ma a volta anche senza.
Vedremo ...

martedì 9 giugno 2015

Bilinguismo e in-lingua in età precoce: cosa apprendono i bambini a lezione di inglese?

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Molto spesso mi domando "cosa apprendono i miei figli in un'altra lingua?" le risposte sono tante, poi sorrido e quando qualche mamma mi chiede un corso di una lingua straniera per bambini  le chiedo "Cosa vorrebbe che suo figlio apprendesse?" e di solito la risposta è ovvia e scontata (scontata?): "la lingua che lei insegna, ovvio!" Se ci fosse qui Micro Maselli gli chiederei di disegnare una bella linguaccia a più bandiere.
I genitori sono spesso contenti di sentire come i loro figli imparino i numeri, l'alfabeto, un centinaio di parole e due frasi ... a memoria! E così la loro capacità di apprendere e approfondire e comunicare in una lingua straniera è persa.
La questione si fa ancora più complessa se allo stesso genitore chiedo: "Ha preferenze di metodologia?", a questo punto è molto probabile che il genitore scelga un'altra insegnante ed ha ragione: la vita è già tanto complicata che nessuno vuole pagare per sottomettersi a domande imbarazzanti di difficile risposta. È proprio su questo punto che io mi fermo e specifico: bilinguismo e in-lingua in età precoce è sempre un regalo.
Ciò che il bambino in età precoce apprende, a mio avviso, ad un corso di lingua riguarda diversi aspetti, anche con un'ora a settimana. Il bambino infatti può:
aprire la mente a suoni diversi (di altra lingua) trasformando in spontaneo ciò che altri hanno etichettato come diverso, 
abituarsi ad esistere in un contesto linguistico diverso dal proprio (predisponendosi ad una maggiore apertura alla diversità) e senza passare per la traduzione (razionale), 
apprendere senza filtri razionali, già a sei anni (a volte prima) l'attitudine nell'apprendimento cambia e il tutto viene trasformato dalla razionalità e dal giudizio, 
semplicemente apprendere e immagazzinare in una memoria antica una gran quantità di parole, 
acquisire sicurezza e abilità nell'esposizione 
Apprende ad elaborare con una diversa mappa cognitiva in modo veloce,
giocare con le mille sfumature di ogni parola e perché no anche il loro sense of humor o la loro tragicità,
Risulta chiaro a questo punto che l'apprendimento va misurato non in quantità di parole ma in qualità di uso. Non c'è nulla di più fastidioso di una mamma, un papà, una nonna o chiunque altro che chiama il bambino e insiste su "fai sentire la canzoncina che sai cantare! Fai sentire come conti bene in inglese! Di a zia come si chiamano gli animali in tedesco!" Sono richieste di prestazione abbastanza inutili e con grandi possibilità di frustrazione per il bambino che io eviterei accuratamente, anche nella sua stessa lingua-madre.
Immaginate quale fatica fa il bambino nel salire sopra la sedia e farsi vedere da tutti mettendosi a cantare una canzoncina che forse ricorda a malapena e non ama (ma il genitore si, perché ne va del suo orgoglio e non della crescita del bambino) in una lingua che ancora non è sua interamente. Peggio se poi, a conclusione, la nonna aggiunge: "Visto? Io l'inglese non lo conosco ma lui è bravo!"
(Bravo a esibirsi o a parlare inglese?)

Ma non è tutto, ci sono anche genitori che si compiacciono perché con una fava due piccioni: "Il mio va a giocare ad un corso di inglese e si diverte tanto", ma perché pagare un corso di inglese quando basterebbe lasciarlo al parco con la tata per divertirsi tanto e giocare. Giocare all'aria aperta è meglio che giocare al chiuso.
È chiaro che un corso con personaggi e materiale che appassiona i bambini li rende più gioiosi ma ricordate che non vanno a giocare, vanno ad imparare una lingua e la vostra aspettativa deve essere quella di pagare un corso di lingua in cui imparano la lingua straniera e non quella di pagare un corso di lingua in cui per un'oretta almeno giocano. Cosa poi vi aspettate dal corso è scelta e responsabilità vostra l'importante è che sia chiara a voi, all'insegnante e al bambino, per evitare frustrazioni inutili a tutti.

mercoledì 22 aprile 2015

Bilinguismo e in-lingua in età precoce

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Quasi per gioco, quando è nata la mia prima bambina (e a seguire il secondo) ho cominciato a parlarle in spagnolo con lei, le ho cantato ea la nana invece di ninna nanna, le ho cambiato pañales e lavato el culito.
Te quiero mucho mi amor le dicevo ogni giorno e le cantavo saco una manita la hago bailar ...
A casa mia non si guarda la televisione ma si guarda ciò che io decido e insieme a lei ho studiato le parole spagnole attraverso libri e video.
Cantavamo que lo cumplas feliz ogni anno e molto altro.
Libri di disegni e parole spagnole, foto e parole spagnole, racconti per la notte e per il giorno in spagnolo. Anche el principito (il piccolo principe) abbiamo letto insieme, in spagnolo, Platero y yo, Libros sobre Salvador Dalì y Don Quijote e molto altro.
Poi, grazie alla sua e alla nostra determinazione, la mia bambina ha cominciato a frequentare una scuola spagnola.
La bambina rispondeva benissimo alle due lingue. Io non avevo cognizione reale del bilinguismo e ho pensato che per riuscire avesse bisogno di entrare in contatto con la cultura spagnola.
La bambina è andata avanti ed io ho cominciato ad interessarmi all'apprendimento delle lingue in età precoce.

Ho scoperto che il bilinguismo può essere precoce (quando l'apprendimento avviene prima dell'inizio della scuola e di uno studio più strutturato della lingua), simultaneo (quando le due lingue vengono apprese contemporaneamente), passivo (quando ci si abitua ad una seconda lingua e si è in grado di comprenderla perfettamente ma non si conosce la struttura grammaticale e non si acquisisce la competenza della scrittura) e molto altro.
Il bilinguismo, inoltre, può essere completo, parziale e addirittura monolinguistico e vi è anche una distinzione geografica nazionale e regionale ... insomma, un mondo molto più ampio di quello che io pensavo.
Esiste anche l'abitudine alla seconda lingua come ad esempio lo studio di un argomento in-lingua senza impostare rigidamente l'obbligo di esprimersi in quella lingua. Non si parla in questo caso di bilinguismo ma è comunque un'apertura mentale che il bambino in formazione riceve, una predisposizione in più rispetto alle sue future capacità e possibilità.
Sappiamo bene tutti che la cosa che più si avvicina alla utopica libertà è una scelta ampia, più puoi scegliere più puoi sentire il sapore vicino della libertà.
Così ho cominciato a chiedermi in che modo io avevo aiutato mia figlia ad apprendere la seconda lingua.

Il primo step, a mio avviso, è conoscere le possibilità e le varianti dell'apprendimento di una lingua. Sapere che in ogni caso si sta offrendo un'ottima opportunità al proprio figlio, stabilire cosa si può e si vuole fare a questo proposito.
Quando cominciai questa strada della seconda lingua, mi dicevo spesso "è inutile, i miei figli non saranno mai bilingue" e un mio amico rispondeva "benissimo, al limite sapranno parlare lo spagnolo come un gran numero di italiani che non hanno voglia di studiare, ma in questo caso parliamo della loro seconda lingua e se la ritrovano gratuitamente e senza sforzo, almeno non da parte loro", così sono andata avanti e ne sono felice.

Non vi tedierò con tutte le riflessioni che faccio da circa sei anni ma posso dire che la conclusione a cui sono giunta è che per essere un bilingue d.o.c. devi avere concezione e familiarità con le due culture di riferimento oltre che con le lingue. Ciò non toglie che puoi parlare perfettamente la seconda lingua anche senza una profonda conoscenza della cultura, basti pensare a tutte le persone che lavorano in enti organizzativi internazionali e che dopo qualche anno parlano spediti almeno 3 o 4 lingue, anche se non sempre benissimo e spesso qualcuna la scrivono male.
Volendo insistere con toni ironici e positivi è facile rendersi conto che anche solo un bilinguismo passivo può dare una chance in più alla persona. Nonostante queste mie riflessioni siano alla portata di tutti e non si tratti di nulla di profondamente complicato, in Italia ancora non si inserisce la seconda lingua a scuola (ma io aggiungerei la matematica, la musica, l'espressione artistica e perché no l'informatica; naturalmente ogni cosa rapportata all'età scolare o prescolare).

Io credo che, in primis, ciò che permette un buon apprendimento della lingua straniera, ma di qualsiasi altra materia, è una relazione affettiva felice e sincera, un insegnante deve a mio avviso necessariamente essere empatico.
L'altra componente per una buona riuscita dello sviluppo intero e integro di un bambino che affronta l'educazione scolastica è il clima accogliente e positivo che si dovrebbe creare nella scuola, intorno alla scuola, tra la scuola e i genitori, tra i genitori stessi. Un po' come Paolo ci racconta nella Scuola nel Bosco: genitori e corpo docente si incontrano senza competizione per parlare delle problematiche dei bambini e aiutarli a risolverli. Ne parlano, non si nascondono, non competono ma lavorano tutti insieme a creare una piccola società sinergica.

Sembra una follia?
Eppure io sono fermamente convinta che la differenza nell'insegnamento la fa la relazione umana.
Per quante competenze possa avere una maestra io non credo proprio che possa permettere un sano sviluppo di un bambino, non solo linguistico ma di qualsiasi tipo, se l'empatia non le appartiene. Una brava maestra non è infatti colei che ti insegna a leggere e scrivere ma è colei che ti insegna ad amare la lettura e la scrittura. Molto più esplicitamente voglio dire che sappiamo bene che ci sono state e purtroppo ci sono ancora, scuole che insegnano a leggere e scrivere a suon di punizioni, restrizioni e perché no, schiaffoni. Ma pensate voi che un bambino che viene messo in punizione, al quale viene sottratta la merenda per imparare ad essere più obbediente, il quale sente usare nei suoi confronti appellativi come "cretino", "non hai capito nulla" ecc. possa amare leggere e scrivere? Ciò nonostante, può imparare a leggere e scrivere e anche molto velocemente, per paura e non per amore.
Ma a leggere e scrivere si può apprendere anche da grandi mentre la felicità rubata a un bambino è perduta per sempre.
La prima cosa da fare, è cercare di capire cosa veramente si può fare e cosa veramente si vuole fare. Un po' come avviene per il rischio economico in cui più è alto il rischio, più è alto l'impegno richiesto, più è forte e doloroso il fallimento nel caso di non riuscita, maggiore è il grado di soddisfazione in caso di riuscita.
Dal momento che ci sono diversi gradi di bilinguismo e di apprendimento ho immaginato la possibilità di avere diversi tipi di insegnamento e così mi sto organizzando per andare a parlare con i rappresentanti di diverse scuole, metodologie e orientamenti scientifici con il desiderio di creare una piccola panoramica su come apprendere una lingua.