Oggi, tra gli alberi, gli uccelli e il bellissimo sole che ancora ci accompagna, ripenso a cosa vuol dire insegnare, iniziando da un piccolo scorcio storico dell'insegnamento (sottolineo l'insegnamento, non l'apprendimento).
Nell'antichità classica troviamo:
Atene e la "Grammatica": Sebbene i filosofi amassero i grandi concetti (olismo), l'insegnamento di base si fondava sulla paideia greca e poi sulla scuola romana. L'apprendimento ruotava attorno alla memorizzazione rigida, alla ripetizione a memoria di poemi e alla scomposizione della lingua (grammatica).
Il modello retorico. Nella scuola romana di Quintiliano standardizza il percorso: prima le lettere, poi le sillabe, poi le parole. Un processo rigorosamente lineare e sequenziale. Chi non riusciva ad automatizzare questi passaggi veniva semplicemente considerato "non adatto" agli studi.
Nel medioevo, per me pesantissimo, troviamo il trionfo del dogma:
Le Sette Arti Liberali: L'istruzione medievale si divide in due blocchi sequenziali. Si doveva tassativamente superare il Trivio (Grammatica, Retorica, Dialettica)—fondato sulle regole della lingua e della logica formale—prima di poter accedere al Quadrivio (le materie scientifiche).
La Scolastica e la ripetizione: Il metodo d'insegnamento si basava sulla Lectio (la lettura del testo da parte del maestro) e sulla memorizzazione meccanica dei dogmi. Non c'era spazio per l'intuizione globale o per la sintesi personale: la verità era una sequenza di sillogismi da memorizzare.
Nel XVIII ... ops mi confondo, voglio dire nel XIX secolo (dal 1801 al 1899) arriviamo alla scuola stile fabbrica:
Il modello prussiano: È in questo secolo che nasce la scuola moderna, come la conosciamo oggi, pensata per accorpare la funzione di insegnamento con una risorsa utile anche per i genitori che vanno a lavorare. Siamo nel periodo industriale e la scuola si allinea alle necessità; quindi, una scuola allineata ai tempi e pronta a supportare le famiglie che hanno bisogno di aiuto nella gestione dei figli risponde alle esigenze delle fabbriche. Il sistema prussiano (poi copiato in tutta Europa) introduce la divisione degli alunni per età, le classi, i banchi allineati e il suono della campanella.
La frammentazione del sapere: Per la prima volta, la conoscenza viene rigidamente spezzata in materie isolate e in unità orarie da 50 minuti. Questo approccio è il paradiso del pensiero sequenziale (che ama i compartimenti stagni) ma è la morte del pensiero olistico, che ha bisogno di vedere le connessioni globali tra le discipline per dare un senso a ciò che studia.
Poi entriamo nel XX secolo, io c'ero e la scuola cominciava a vedere alunni più ribelli, forse emergeva la necessità del cambiamento dello stile di insegnamento, qui nascono:
I programmi ministeriali rigidi: Nonostante i tentativi di pedagogisti illuminati (come Maria Montessori, che cercò di valorizzare l'intuizione e la globalità del bambino), i sistemi scolastici statali hanno continuato a premiare i programmi basati sulla progressione lineare: si studia la storia in ordine cronologico stretto, la matematica per formule astratte isolate, la letteratura per biografie e date.
La valutazione standardizzata: i test a scelta multipla e i voti basati sulla precisione del dettaglio (la data esatta, il nome specifico) hanno definitivamente blindato la scuola attorno alle competenze della memoria a breve termine e del processo sequenziale, lasciando fuori tutte le altre competenze, tra le quali potremmo trovare infinite potenzialità di tantissimi alunni respinti e frustrati (ci sarà un motivo se la parola frustrato somiglia alla parola frustato, chi lo sa?)
Mi sono sempre domandata quanto e fino a che punto, nel bene e nel male, sia importante che la scuola risponda alle esigenze della nazione, questa istituzione, figlia diretta della Rivoluzione Industriale, che aveva bisogno di menti sequenziali, capaci di seguire procedure rigide, standardizzate e in serie. Di certo non è una scuola funzionale oggi, perché la storia è andata avanti e le nazioni sono cambiate e così le menti pensatrici.
Poi arriviamo al nuovo millennio, quello in cui ci siamo tutti noi, consapevolmente oppure no:
Gli anni 2000: L'era delle Neuroscienze e il paradosso scolastico
Grazie alla risonanza magnetica funzionale e alle neuroscienze cognitive, in questo ventennio, abbiamo finalmente capito come impara il cervello. La scienza ha dato ragione ai pensatori olistici, dimostrando che la separazione rigida delle materie e la memorizzazione meccanica sono i modi meno efficaci per assimilare informazioni a lungo termine.
Le neuroscienze hanno introdotto concetti rivoluzionari:
- Neuroplasticità e Stili Cognitivi: Il cervello si modella in base alle esperienze. Non esiste un unico modo "giusto" di essere intelligenti. Chi ha un DSA (come la dislessia) o un profilo neurodivergente ha semplicemente un cablaggio cerebrale diverso, che elabora le informazioni in modo parallelo e visivo (olistico), anziché in modo sequenziale. Ma vallo a spiegare ai professori che hanno un cervello sequenziale, cercheranno in tutti i modi di cambiare il tuo modo di studiare e apprendere.
- Apprendimento Emotivo (Neuroeducazione): scienziati e professionisti e professori, come la ben nota professoressa Daniela Lucangeli, hanno dimostrato che non c'è apprendimento senza emozione. Se uno studente prova ansia, paura del giudizio o si sente costretto a un metodo che non gli appartiene, se viene sottoposto all'ansia di sbagliare o all'infinita rigidità emotiva del docente, il cervello attiva l'amigdala (la centrale dello stress) e "si blocca", impedendo alla memoria di lavoro di funzionare. Ma quale professore ammetterebbe mai di essere così rigido, nessuno potrebbe tollerarlo.
- La compensazione intuitiva: Le neuroscienze confermano che il cervello compensa. Quando le aree legate all'automatizzazione sequenziale (es. leggere rapidamente o ricordare stringhe di numeri) fanno più fatica, il cervello DSA potenzia le aree dell'emisfero destro, legate alla visione d'insieme, all'intuizione spaziale e all'empatia. e alla fine per aiutare questi poveri pensatori olistici a sopravvivere nel mondo della scuola sequenziale si sono scritte leggi e note per far capire ai professori che non devono imporre un modo di apprendere agli studenti perché vanno ad attuare un modus operandi classista, come se volessero far procedere solo la classe di persone che pensano in modo sequenziale.
Ora, non fraintendetemi, non voglio dire che sono professori cattivi in uno stile hitleriano, anche se lo sembra molto. Loro stessi hanno delle caratteristiche di apprendimento e di insegnamento, le due azioni si riflettono l'una nell'altra. Cercherò di raccontare una storia invece di un concetto così forse è più piacevole da seguire e poi ognuno per la sua strada.
Proviamo a dividere il mondo in due grandi categorie cognitive. Non parliamo di intelligenza, ma di come il cervello elabora la realtà. Distanziandoci dalle etichette cliniche, possiamo immaginare la popolazione divisa a metà:
Da un lato i pensatori sequenziali (o lineari): processano le informazioni un passo alla volta, amano le regole rigide, la memorizzazione meccanica, le date, le formule e i passaggi logici consequenziali.
Dall'altro, i pensatori olistici (o globali): catturano il quadro d'insieme, intuiscono l'obiettivo, leggono il contesto emotivo e sociale. Molti ragazzi con DSA o neurodivergenze rientrano qui: sviluppano una straordinaria intuizione globale proprio per compensare la fatica oggettiva ad assimilare automatismi rigidi e nozionistici.
Il problema esplode tra i banchi. La nostra scuola è storicamente progettata da pensatori sequenziali per pensatori sequenziali.
Quando un professore sequenziale obbliga uno studente-pensatore olistico a reprimere la sua intuizione per incastrarlo in una griglia di memorizzazione meccanica, non sta insegnando: sta chiedendo a quell'alunno di essere ciò che non potrà mai essere, generando un fortissimo senso di frustrazione, un'enorme stanchezza e l'idea che non possa comprendere nulla di ciò che il professore spiega. Sta facendo violenza a quel cervello. Sta dicendo a uno studente che il suo modo naturale di comprendere il mondo è "sbagliato".
L'insegnamento dovrebbe essere l'atto più inclusivo e democratico del mondo. Se la scuola vuole dimostrare che alla base del suo operato non c'è discriminazione sistemica nei confronti di chi è biologicamente diverso, deve cambiare approccio. Deve avere metodologie per tutti.
Questo è il grande paradosso degli anni 2000, quello che genera confusione, insicurezze, instabilità. Nonostante le neuroscienze abbiano dimostrato tutto questo, la scuola degli anni 2000 vive una profonda schizofrenia, se così mi permettete di chiamarla:
Da un lato ci sono le leggi sull'inclusione (come la Legge 170/2010 in Italia per i DSA), i Piani Didattici Personalizzati (PDP) e l'uso di strumenti compensativi. Dall'altro, però, la mentalità di molti docenti sequenziali non consente loro di comprendere il pensiero olistico e, per questo, non riescono ad accompagnare tutti gli studenti, ma solo alcuni, quelli che apprendono secondo il loro modo sequenziale di insegnare.
Molti insegnanti non vogliono applicare questa legge perché la considerano una "concessione" o un peso burocratico, continuando a valutare gli studenti secondo metriche puramente sequenziali e nozionistiche. La tecnologia (come i registri elettronici o le LIM) è stata spesso introdotta nel sistema solo per digitalizzare i vecchi metodi lineari, senza cambiare la sostanza della pedagogia. Ma spesso anche la digitalizzazione spaventa.
I docenti sono professionisti della pedagogia prima ancora che della materia che insegnano. Sono pagati per individuare la strada metodologica che accompagni ogni singolo alunno nell'apprendimento, valorizzando il suo stile cognitivo e non la propria personale metodologia. Il loro compito è didattico, non giudicante. Non spetta a un professore emettere sentenze sul valore educativo di una famiglia o giudicare se un figlio stia crescendo "nel modo giusto".
Il dovere della scuola è accendere le menti, non spegnerle pretendendo che funzionino tutte con lo stesso identico libretto di istruzioni. Accompagnare i discenti a essere se stessi e a far emergere le loro abilità; altrimenti sentiranno che essere se stessi è sbagliato e lo porteranno dentro come l'eterno copione della loro vita.
Buona vita a tutti! Silvia
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