giovedì 11 febbraio 2016

Divas Rebeldes di Cristina Moratò

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Cristina Morató è per me una scoperta recente, ha colpito il mio cuore e il mio intelletto. Ha scritto più libri sulle grandi viaggiatrici ed esploratrici del mondo come “Las Reinas de África”. E ora questo libro che narra di caratteri ribelli: ”Divas rebeldes”. Parla di sette donne ribelli che hanno fatto la storia: Maria Callas, Coco Chanel, Wallis Simpson, Eva Perón, Barbara Hutton, Audrey Hepburn e Jackie Kennedy. Scrittrice ma anche giornalista, con le sue biografie ti getta nel mondo narrato senza che te ne accorgi. Mentre leggi la storia di Maria Callas, tra Meneghini e Onassis, ti sembra di toccare con mano il filo della corrente elettrica, di quella corrente che nasce dal connubio di tante emozioni. La volontà di farcela, l’amore diviso tra la stabilità e la passione, la delusione nello scoprire che la stabilità era fraudolenta, il dolore nell’accettare la realtà rifugiandosi nei sogni. Un sorriso dietro al quale si nascondono mostri amari. Mi piace il tema della biografia romanzata della donna che lascia un’orma nella storia, e mi piace il suo modo di scrivere, chiaro e diretto, privo di giudizio. Mentre leggo i suoi libri, sento la voce che narra la storia di queste donne e quasi quasi sembra che la voce sia proprio di ciascuna di queste donne. Leggendo le storie di queste donne ritrovo il mio essere donna forte, determinata e un po’ ribelle (ebbene si, così dicono di me … ma sarà vero?) ma anche molto debole. Donne belle e donne brutte, dai sani o dai malati principi, ma sempre donne. Trovo incredibile che le donne oggi vivano ancora una realtà difficile di umiliazione e sottomissione. Non credo sia corretto parlare di emancipazione femminile, secondo me chi deve emancipare si chiama genere umano nel suo complesso. Ma l’emancipazione dal mio punto di vista ha a che vedere con l’onestà emotiva, intellettuale, culturale e finanziaria … e il bel paese a questo proposito ne ha di cose da raccontare.
“Divas rebeldes” parla di donne, anzi fa parlare le donne e fa parlare delle donne. Non donne qualsiasi ma donne che hanno lasciato in modo prepotente la loro impronta. Di donne che come loro ci hanno provato ce ne sono tante ma loro ce l’hanno fatta.È uno stimolo ad informarsi, non è necessario sapere tutto ma informarsi si, è importante informarsi sempre, comunque e per ogni cosa. Se prima di leggere la storia di Evita Perón ci informiamo sul periodo storico, riusciamo meglio ad entrare nella vicenda, sentendoci quasi quasi protagoniste del libro stesso. Ma possiamo anche leggere e invece di riflettere, riposare. Senza troppe pretese, leggiamo la storia di una donne senza sapere nulla del contesto storico e ci appassioniamo lo stesso. La voce che la Morató dà a queste donne è talmente forte che mentre si legge sembra di vivere proprio là, nelle pagine del libro, come quando ci si sveglia da un sogno intenso e si fa faticare a tornare alla realtà. Sentimenti ed emozioni molto forti escono da queste pagine.
Vi racconto di Evita Perón e del suo contesto storico sperando di condividere con voi un poco di magia che esce dalle pagine del libro.
Maria Eva Ibargueren, in seguito Maria Eva Duarte, in seguito Maria Eva Duarte de Perón (detta Evita Perón) nasce a Los Toldos il 7.5.1919 e muore a Buenos Aires il 26.7.1952. Ultima di cinque figli non riconosciuti, povera, abbandonata e discriminata, vive dei momenti di povertà estrema che rafforzano in modo energico il suo carattere. Di lei dicono che era fisicamente debile ma molto forte e allegra di carattere. Tra i 12 e i 14 anni decide che vuole fare l’attrice e la madre la asseconda. A 16 anni si trasferisce a Buenos Aires. Molto si è detto su come sia arrivata a Buenos Aires e su come si sia mantenuta i primi anni, la sorella, i giornalisti e la sua biografa ufficiale raccontano versioni differenti ma si sa che è arrivata povera e ha dovuto combattere molto per sopravvivere. Ha dovuto sopportare umiliazioni e ingiustizie e molto altro.
(cit.) “Nadie sabe con certeza de qué vivió Eva los primeros años que pasó en Buenos Aires. En una época en que las chicas decentes no trabajaban en el teatro y los empresarios abusaban de las jóvenes ingenuas aspirantes a actriz, es fácil imaginar que – tan joven e inexperta – sufriera en su propria piel más de una amarga experiencia. En una ocasión fue a visitar a un conocido productor teatral español, Pablo Suero, que le había dado un papel en la obra La horas de las niñas de Lilian Hellman. Al enterarse de que Suero preparaba una nueva producción se presentó en el Teatro Astral para pedirle trabajo. El empresario, hombre hosco y agresivo, indignado ante su presencia, salió al vestibulo donde la actriz le esperaba y delante de todo el mundo comenzó a insultarla. Cuando Eva le dijo que sólo deseaba saber si había algún papel para ella, Suero le respondió de malos modos: <Déjame en paz, el que me haya acostado contigo no significa nada.>
(traduzione mia) Nessuno sa per certo di che abbia vissuto Eva i suoi primi anni a Buenos Aires. In un’epoca in cui le ragazze bene non lavorano nei teatri e gli impresari abusano delle giovani aspiranti attrici, è facile immaginare quante esperienze amare Eva, così giovane e ingenua, abbia dovuto sopportare direttamente sulla sua pelle. Una volta andò a trovare Pablo Suero, un produttore teatrale spagnolo che aveva conosciuto e che le aveva dato una parte nell’opera <La hora de las niñas> di Lilian Hellman. Quando seppe che Suero stava preparando una nuova produzione si presentó al teatro Astral per chiedere una parte. L’impresario era un uomo scontroso e anche aggressivo; indignato per la sua presenza, andó nella sala dove lo stava aspettando e, di fronte a tutti, cominció a insultarla. Quando Eva gli disse che desiderava solo sapere se c’era una parte anche per lei, Suero le rispose in malo modo: <Lasciami in pace, il fatto che io abbia dormito con te non significa niente>.
Poche parole per aprire tante porte a diverse riflessioni: sono i più fortunati che si approfittano terribilmente degli sfortunati o sono gli sfortunati che scelgono percorsi sbagliati e tortuosi? È strabiliante accorgersi che la risposta non è ovvia e Cristina Morató è bravissima a farci aprire le porte delle riflessioni sulla condizione umana.
Eva, inizia in ogni caso a fare l’attrice nella compagnia di Eva Franco, piccole parti e uno stipendio da fame ma fa l’attrice. Alterna al suo lavoro, momenti di vera fame. Parte in tournée con  José Franco che sembra abbia avanzato delle pretese sessuali. Al rientro Evita si licenzia. Il suo sogno è diventare un’attrice importante. Nel 1938 Pierina Dealessi la avvia alla sua carriera radiofonica. Il primo radiodramma che legge è di Héctor P. Bolomberg, insieme a Pascual Pellicciotta, dà voce al romanzo “Los Jazmines del ochenta”. (Héctor Pedro Blomberg scrive percorrendo la storia culturale e patetica di una parte del popolo argentino: quella dei poveri immigrati). Tra un lavoro e un altro Evita si stabilizza economicamente fino a comprarsi una casa in uno dei quartieri bene di Buenos Aires (1942). Conosciuta al mondo come la seconda moglie del generale Juan Domingo Perón è stata eletta Leader Spirituale della Nazione.
In un contesto storico in fase di cambiamento in cui la politica corrotta si fonda sul nepotismo, l’industrializzazione dà via ad una migrazione di massa. Una migrazione alla quale prendono parte anche le donne in cerca di uno status più dignitoso, in cerca anche loro di un lavoro stipendiato. Il 4.6.1943 c’è un colpo di stato militare che genera un periodo politico e culturale di confusione e in fase di riorganizzazione. Tra i personaggi autori del colpo di stato, spicca il colonello Juan Domingo Perón. A seguito del terremoto che distrusse la città di San Juan, l’allora sottosegretario al Departamento Nacional del Trabajo organizza un festival di beneficenza per trovare i fondi e ricostruire la città. Eva Duarte fa parte degli artisti che formano il comitato organizzativo di questo festival. In questo contesto, il 22.1.1944 Evita Duarte conosce il futuro generale Juan D. Perón: “la razón de mi vida” come sempre dice Evita quando si riferisce a lui. Il resto di questa storia vale la pena leggerla, fra le altre, anche tra le righe del libro di Cristina Morató quando dà voce a Evita Perón.
Gabrielle Bonheur Chanel, Coco Chanel, anche lei una donna forte e ribelle ma anche molto debole e bisognosa di amore. In modo molto semplice Cristina Morató ci mostra quanto il desiderio di amore di Coco Chanel bambina, si trasforma in bisogno di vendetta nei confronti di chi ha avuto più di lei, da adulta. Ci racconta che Coco Chanel mentiva sulla sua infanzia ai giornalisti, per esempio aveva trasformato le monache del suo orfanotrofio in due zie <que tenían una buena casa y abundante servicio doméstico”. A salvarla dal dolore della morte della madre e dall’abbandono del padre fu il suo orgoglio. Leggiamo insieme come Cristina Morató ci racconta la storia di Coco Chanel e, allo stesso tempo, ci mostra la potenza del suo carattere orgoglioso:
(Cit.) Gabrielle nunca superería la prematura muerte de su madre y el abandono de su padre: <Quería suicidarme. Durante mi infancia sólo ansié ser amada. Todos los días pensaba en cómo quitarme la vida, aunque en el fondo, ya estaba muerta. Sólo el orgullo me salvó> Un orgullo que, años más tarde, la llevaría a una particular vengeanza: vestiría a las damas de la alta sociedad transformando su uniforme negro del orfanato en símbolo de elegancía y buen gusto.
(traduzione mia) Gabrielle non superó mai la prematura morte di sua madre e l’abbandono di suo padre: <Volevo suicidarmi. L’unico mio desiderio durante la mia infanzia, era quello di essere amata. tutti i giorni riflettevo su come potevo togliermi la vita anche se, in fondo, ero già morta. A salvarmi è stato il mio orgoglio>. Lo stesso orgoglio che, anni più tardi, la portó ad una particolare forma di vendetta: trasformó la sua uniforme nera dell’orfanotrofio nel simbolo dell’eleganza e del buon gusto, uniforme che indossarono tutte le signore bene dell’alta societá.