mercoledì 18 maggio 2016

Biancaneve ovvero una fiaba de nani e de longhi di Cristina Marsi e Ingrid Kuris

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In questo affascinante viaggio nel mondo del bilinguismo e in questo affascinante viaggio de mi vida ho incontrato Trieste, una città dove giustamente è inutile parlare di bilinguismo ma bisogna parlare di multilinguismo e multiculturalità.
Venendo io da Roma mi sento spesso dire
beh tutto sommato una città piccola
ma poi scopro sempre che nel suo essere piccola è una città grande, piena di cultura, di storia, di natura e monumenti, di incroci, di persone di ogni colore, religione, lingua e molto altro.
Ricordo che da bambina mi si diceva che dovevo parlare italiano, che il dialetto è segno di ignoranza, che il romano è un dialetto volgare brutto e pesante ... me lo dicevano a scuola, le maestre.
Ora per me il romano è una cadenza senza la doppia R e con tante parolacce.
Fortuna che Trilussa e Belli ci hanno insegnato anche altro.
Ma, tornando al bilinguismo,  anche il dialetto ha la sua importanza e non va sottovalutato.
È piacevole qui vedere come il triestino sia vissuto, parlato, rispettato.
Ha me richiama suoni veneti e spagnoli, mi sembra che dia un'intonazione libertina, provocatoria e un po' burlona alla vita ... ma io il triestino non lo conosco e ancor meno posso dire oggi di conoscere i triestini.
Questo è solo ciò che emotivamente evoca in me il suono del triestino.

E mentre cerco di imparare il dialetto triestino rubando al bar qualche parola: un capo in B, un nero in tazza ... in libreria trovo Cristina Marsi che racconta le fiabe classiche in dialetto.
Le illustrazioni di Ingrid Kuris mi aiutano a comprendere il significato e l'ironia di una biancaneve che si muove per la città di Trieste e che sfugge alla cattiveria di Ana gambe longhe.
E subito diventa chiara l'ironia femminile di Trieste quando leggiamo:
Inutil dir che a Ana Gambe Longhe quasi ghe vien un colpo. La ciama un caciator e la ghe ordina "porta la muleta in bosco, mazila e ciolghe el cuor, cussì sarò sicura che te la ga fata fora!"
No se sa cossa stessi fazendo el papà de Biancaneve in quel momento, probabilmente el iera drio qualche frasca, in osmiza.
Inutile dire che ad Anna Gambe Lunghe quasi le viene un colpo. Chiamò un cacciatore e ordinò "porta la ragazza nel bosco, uccidila e prendile il cuore, così sarò sicura che l'hai fatta fuori!"
Non si sa cosa stesse facendo in quel momento il padre di Biancaneve, probabilmente era in osmiza, dietro qualche frasca.
L'osmiza è una locanda tipica del carso molto simile alle fraschette dei castelli romani, dove si mangia e si beve genuino, si sta in compagnia e ci si diverte.

Non posso non condividere l'immagine di quando la cattiva Ana Gamba Longa scopre che Biancaneve è più bella di lei, perché ho riso da sola almeno mezz'ora con tanto di lacrime agli occhi, ovviamente libro alla mano.
E riva un giorno che el specio disi.
"Ana ti te son bela ma Biancaneve un futío de più!" 
E arrivò il giorno in cui lo specchio disse:
"Ana tu sei bella ma Biancaneve lo è un fottio di più!"
Vorrei chiedere a Cristina come le è venuta questa splendida idea di riscrivere i classici in triestino ambientandoli nella stessa città, come una piccola guida alla triestinità per bambini, ma anche per grandi come me. È la stessa Cristina a spiegarmi:
Prima di tutto vorrei ringraziarti, Silvia, per aver raccontato la tua esperienza personale a contatto con i nostri albi in triestino, e per l’affetto che ci dimostri. Per me è una grande gioia sapere che ti hanno fatto ridere!  
Come è nata l’idea di questa collana? 
Devi sapere che tutto è cominciato un giorno di novembre del 2009, mentre stavo al tavolo del soggiorno dei miei genitori, con in mano una matita e davanti un foglio.Stavo riflettendo sulla possibilità di scrivere in dialetto qualcosa che potesse stuzzicare la voglia di leggere dei miei concittadini. Improvvisamente ho visto una bambina col cappuccio rosso che sgambettava per il Carso e ho cominciato ad ascoltare la mia mente che raccontava la fiaba classica in triestino.

Adesso Cristina mi dice una cosa molto bella sulle idee che nascono nella mente degli scrittori, come sogni che bussano e chiedono di entrare ed è questo il momento, almeno per chi scrive per l'infanzia, di ascoltare il proprio bambino interiore, di farlo vivere proprio come ha fatto Cristina. Leggete e ditemi se non è una fiaba questo stesso racconto che l'autrice ci fa di se stessa.
Mi piaceva un mondo questa idea che era venuta a trovarmi, l’acchiappai velocemente, buttai giù righe su righe, presto arrivò il Lupaz, subito dopo l’associazione “cacciatore della fiaba” col “cacciatore luogo”, sorrisi di gusto al pensiero del “radicio coi fasoi” nel cestino della “muleta”, insomma “Capuceto Rosso” triestina era nata.

E come ogni bambina che si diverte e scopre un mondo magico, Cristina ne vuole di più e sempre di più (e anche a me piacerebbe continuare a lungo a leggere le sue fiabe in triestin)
Già mentre la trascrivevo in bella copia sentivo la voglia di rimettermi a pensare in triestino ad un’altra fiaba classica, e non sapevo quale scegliere, perché moltissime mi sembravano adatte ad essere ambientate nei nostri luoghi, nella nostra città. I modi di dire, certe particolari espressioni e parole, li annotavo in una lista, bisognava che li inserissi assolutamente in qualche fiaba.
Qualche fiaba? Certo, sarebbe stato bello farne tante. Ma quale casa editrice avrebbe potuto accogliere un progetto del genere?

Dopotutto ci sono sempre state molte pubblicazioni in triestino per i grandi, mentre sapevo che mancavano libri per i bambini. Allora decisi di contattare un giovane editore che vedevo interessarsi al dialetto, Bianca e Volta. Preparai una presentazione del progetto, scelsi il nome “Fregole” per azzardare e proporre addirittura una serie. Ne parlai con Ingrid Kuris che illustra in modo divertente e ironico. Le dissi cosa avevo in mente e di tenersi pronta, perché speravo che all’editore l’idea piacesse. 
A febbraio, Antonietta Benedetti, ossia Bianca e Volta in persona, dopo averci pensato un po’ su mi volle incontrare per concordare la realizzazione del progetto “Fregole”. Era il 2010.
Sono passati sei anni e abbiamo sfornato sei bellissimi albi, colorati, allegri, ricchi di triestinità, quella che porto nel cuore e fa parte della mia identità.
Sono libri curati in ogni dettaglio, andiamo fiere delle nostre Fregole e cercheremo di realizzarne altre sempre con sfrenato entusiasmo e passione.
Quando vedo i sorrisi dei bambini o delle persone che li hanno letti, per me è come ricevere una vagonata di energia positiva.
Allora penso che una delle più belle cose che si possono fare per gli altri nella vita, è far nascere sorrisi, e con questo intento mi auguro di poter continuare a scrivere ancora a lungo.

Prima di salutarvi mi rimane una domanda per Cristina, perché hai scelto la parola Fregole?
Ho scelto la parola Fregole perché dovevano essere libri per bambini e la parola in sé racchiude l'idea della fiaba, ossia si pensa facilmente alle briciole della fiaba di Pollicino o anche di Hansel e Gretel. Inoltre è una parola simpatica in triestino. Visualizzando le briciole, in me sorge l'idea del percorso che si snoda lungo e giocoso nel bosco o ovunque ci siano storie da raccontare.