giovedì 16 giugno 2016

Là, dove arte e storia si scambiano gli animi. In memoria di Carlo Stuparich

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Che cos'è la guerra? Si fa presto a perdere la memoria.
Io per fortuna non ho conosciuto la guerra ma la vita non è finita e non voglio conoscerla.
Per questo motivo trovo che sia giusto ricordare, raccontare, ripercorrere e condividere con chi, come me, non sa cosa sia la guerra.
Se la memoria andasse persa la guerra tornerebbe... anzi ... la guerra c'è nonostante la memoria sia ancora viva.
Ma poi l'uomo è così, è buono e anche cattivo, è celestiale e infernale e anzi, ad alcuni la guerra piace.
A me no!
A me la guerra non piace ma poi, quando ascolto storie come quella di Carlo Stuparich, mi rendo conto dell'importanza di assumere dei simboli che non solo ricordano, ma piuttosto condividono e spiegano, il senso della guerra ... perché anche la guerra ha un senso e chi meglio di un soldato in trincea può raccontarlo?

Così "il Generale Maria" mi ha chiesto di scrivere un pensierino per spiegare ai bambini chi era Carlo Stuparich e cosa è la guerra.
Ho chiuso gli occhi e ho pensato
Non posso, è troppo forte per me questa emozione.
Non posso, come spiegare tanta violenza ai bambini e perché?
Non posso trovare delle parole a misura di bambino per spiegare un gesto tanto importante
Ho aperto gli occhi e ho risposto
Ci provo ma non prometto che riuscirò
Cento anni fa, nel mezzo di una guerra, dove odio, sangue, terrore, malattia, malessere, dolore e fango si scambiavano i respiri, Carlo Stuparich si sparava per non cadere nelle mani dell'odiato nemico.
Sua madre fa cancellare la parola odiato dalla dichiarazione: suo figlio non ha mai odiato nessuno, anzi ha sempre amato, anche il nemico.
Suo fratello Giani Stuparich scrive
Appoggiò il pugno armato alla tempia e rotolò avvolto nella sua mantellina di granatiere e si sfasciava lentamente
Che descrizione raggelante.
Carlo ha scritto un testamento, delle poesie, delle lettere, un diario, dei frammenti.
Tutto parla di amore, di un amore malinconico che ama la bellezza, la gioia, la vita ma che vive nella guerra e nel fango.
Come spiegarlo ai bambini?
Carlo camminava solo, stanco e impaurito nel fango e poi ... la bandiera.
Simbolo e forza del soldato.
I granatieri raccontano l'importanza della bandiera per un soldato in prima linea, in piena guerra, solo, in mezzo ad altri soldati soli, un ragazzo che vuole amare e che deve uccidere.
La bandiera per lui, per loro, ha un significato molto forte, diviene un simbolo potente.
Un qualcosa che fino ad oggi io non avevo compreso.

Ma i granatieri raccontano anche una una storia diversa della bandiera, una bandiera cambiata, una bandiera che  tu ami, per la quale affronti il male del mondo e che d'improvviso cambia ... un po' come cambiare città. Anche a questo non avevo mai pensato.
E quando ascolti questi ricordi e questi racconti allora puoi essere d'accordo, oppure no, ma sicuramente capisci che il mondo è molto altro e non lo si può conoscere tutto.
Nella vita c'è sempre qualcosa a cui non avresti mai pensato, come un gioco a incastro infinito.
Così è la vita.

Senza tanto comprendere, come sempre sull'onda della mia emotività, scrivo Sogno di un fiore mai sbocciato.
Attraverso Maria Antonietta conosco Claudia Minuta che decide di illustrarlo e insieme riusciamo a stampare un libretto.
Dunque il Generale Maria ha messo insieme storia e arte, militari e artisti, adulti e bambini, granatieri e civili, attori, musicisti e  tutto a Trieste.
Tutto al Museo Ferroviario.

Trieste, che a tratti sembra avvolta in una mistica magia in cui il tempo è fermo e il resto del mondo non esiste, una città che porta in sé molte tradizioni e tutte convivono silenziose, spesso attraverso eventi culturali. Ecco, questo è il trascendentale, ciò che c'è ma non si può spiegare.

Così tra Generali, Granatieri, Baritoni, Musicisti, Presentatori, Lettori, Ballerini e Giovanni, il nipote di Carlo Stuparich, e Lara la sua pronipote ... tutti insieme a ricordare, raccontare, cantare, suonare, danzare la storia di un ragazzo che puro di animo non è sopravvissuto alla bruttura della guerra e che ora è simbolo di una storia brutta che appartiene al genere umano tutto, perché la storia di Carlo riguarda il mondo e non Trieste.

In questo vortice di emozioni, suoni, parole e condivisione in una Trieste che in quel momento, di fronte ai vagoni storici del Museo ferroviario, sembra tornata indietro nel tempo, anche io ho letto la mia storia.

Foto Andrea Buttol

La mia storia l'ho pensata attraverso una metafora.
Carlo è un fiore che riesce a mettere un solo bocciolo perché poi è stato calpestato, è esploso e rotolato nel fango e non ha potuto nemmeno provare a regalarci uno dei suoi sogni, colorare il mondo con belle parole e amore, profumare il mondo con i suoi petali.
Quando ho raccontato questa storia ai miei bambini, hanno inghiottito un enorme boccone e poi mi hanno detto:
Però mamma sai che poi è arrivato un bimbo che cavalcava l'arcobaleno e tutti sono tornati felici.
Così finisce la storia, con un bimbo a cavallo dell'arcobaleno che torna felice.

L'ho letta per i bambini, per i granatieri, l'ho letta condividendo il microfono con lettori formidabili come Daniela e Massimo, che ringrazio per aver accolto la mia umile voce tra la loro possente bravura.

Grazie a chi non ha voluto che la memoria di quel ragazzo si perdesse, a chi l'ha resa un simbolo tanto importante di amore e coraggio.
Grazie a tutti voi per avermi permesso di leggere con voi e tra voi, è stato un onore e una grande emozione.